Lelia e Sveva Caetani. Le ultime donne della Famiglia


Sabato 21 ottobre 2017 presso l'ex Municipio del Giardino di Ninfa si è svolto un evento dedicato alle ultime due donne della Famiglia Caetani. Di seguito riportiamo gli interventi di Pier Giacomo Sottoriva, Presidente della Fondazione Roffredo Caetani e di Azzurra Piattella, Consigliere della Fondazione.


Lelia e Sveva Caetani: le ultime rappresentanti di una famiglia romana e pontina

 

di Pier Giacomo Sottoriva

Presidente della Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta onlus

 

Lelia e Sveva Caetani , benché siano vissute distanti nello spazio, e benché non si siano frequentate, ed abbiano  anzi avuto una vita individuale totalmente diversa, hanno dei singolari punti di contatto che fanno emergere la unicità di cromosomi familiari, soprattutto dal punto di vista artistico e culturale, anche se esse praticarono due modi diversi di interpretare l'arte.

 

Qui, però, cercherò di puntualizzare alcune vicende familiari  che visse soprattutto Sveva, è la meno conosciuta e alla quale occorre riconoscere il titolo di ultima dei Caetani. Parto da questo aggettivo "ultimo", per fare una piccola, doverosa rettifica  alla vulgata che vuole che l’ ultima esponente dei Caetani sia stata Lelia, che concluse la sua vita con il munifico gesto di creare una Fondazione e di assegnare ad essa, come ente, la proprietà di Ninfa, del Castello di Sermoneta, delle terre e degli immobili che le appartennero come figlia di Roffredo Caetani, a sua volta ultimo duca di Sermoneta. In realtà, basta leggere le date anagrafiche per capire immediatamente che l' ultima Caetani in ordine di tempo fu Sveva, essendo lei scomparsa nel 1994, mentre Lelia morì nel 1977, ossia 17 anni prima della cugina.

 

Da che cosa è nato questo apparente equivoco circa l'estrema rappresentanza di famiglia?

 

Lo dico con tutta la brutalità  che la storia dei fatti esige. Sveva, nacque da una unione extra-matrimoniale, una unione fatta, però,  di amore assoluto da parte del padre Leone e della madre Ofelia Zenoni Fabiani.  E' una piccola storia che forse oggi non avrebbe suscitato alcuna attenzione, viste le leggi che il nostro Stato ha adottato in materia di separazioni coniugali e di figli biologici.

 

Tra la fine degli anni dieci e gli anni venti del Novecento, in italia di divorzio non si parlava affatto, e questo, tra le altre situazioni giuridicamente complesse che introduceva, determinava anche che non potesse esservi unione legale tra nuovi coniugi, né  riconoscimento giuridico nell'ambito di una famiglia in tema di concorso nella eredità.

 

Ho detto che Sveva nacque da un legame di amore tra Leone Caetani e Ofelia Zenoni Fabiani. Ma Leone aveva già sposato nel 1901 la nobildonna romana Vittoria Colonna, dalla quale aveva avuto un bambino che fu chiamato Onorato, dal nome del nonno paterno. Anche  il matrimonio tra Leone e Vittoria era stato conseguenza di un altro grande  amore, che però era durato solo alcuni anni, quando entrambi scoprirono di avere interessi e modi di vita del tutto diversi e le rispettive strade si separarono inesorabilmente. Leone incontrìò Ofelia, una splendida giovane di 19 anni, e se ne innamorò all'istante. Ofelia ricambiò quell'amore: Leone era un gran bell'uomo, di statura fuori dell'ordinario, affermato nel mondo degli studi per le sue vaste conoscenze di storia dell'Islamismo, per frequentare l'alta politica, militando nella sinistra,  per le ampie relazioni sociali; inoltre apparteneva ad una delle grandi famiglie patrizie romane, ed era il XV duca di Sermoneta, erede, in quanto primogenito, di oltre la metà del patrimonio fondiario e immobiliare lasciato dal padre Onorato (si trattava di un patrimonio di diverse migliaia di ettari di terreno, di aziende agricole e zootecniche, di edifici).

 

La situazione coniugale fece sì che Leone ed Ofelia dovessero vivere una condizione non regolata dalla legge, una situazione di fatto, che era "scandalosa" per i tempi, per di più vivendo in una città la cui nobiltà non era esente dalla pratica del pettegolezzo. Oltre tutto, Vittoria Colonna, prima moglie di Leone, era una delle regine del gran mondo dell'epoca, era una bella donna che amava il gran mondo e non ignorava il fascino del prestigio e della frequentazione. Come è agevole comprendere, i conflitti non potevano mancare, figuriamoci i sussurri, il vociare dietro le riservate tende di palazzo, che qualche audace fuga e qualche avventura come quella nota di Vittoria con il pittore Pietro Boccioni arricchivano.

 

Purtroppo emersero, inevitabili, anche critiche familiari a Leone, che dopo aver riconciliato, sposando Vittoria, le famiglie Caetani e Colonna - divise per secoli da un rapporto conflittuale - riproponeva ora ed anzi offriva su un vassoio d'argento  nuove ragioni di contrasto. Ho letto dure lettere con le quali Vittoria si rivolgeva al  cognato Gelasio, lamentando questa situazione difficile, pur non avendo l'esclusiva del diritto a lamentarsi. Non manifesto alcuna prurigine, essendo diventata un libro di Marella Caracciolo Chia, ricordando la storia del suo amore per il pittore Boccioni, che ebbe la sfortuna di morire nella prima guerra mondiale subito dopo una celebre fuga d'amore con Vittoria all'Isolino, sul lago Maggiore.

 

In sintesi, a fare le spese di questi eventi complicati e dei connessi pregiudizi, fu la povera Sveva, che era nata nel 1917, e che, per quanto amata e accolta dai Caetani, era costretta a vivere una vita marginale, anzi lontana, addirittura nel freddo Canada nord-occidentale, dove il padre si trasferì. Questa situazione, però, non riuscì ad isolarla, e le fotografie di famiglia dell'epoca sono buone testimoni. Voglio anzi ricordare che la nostra Fondazione è proprietaria di una bellissima testa di Sveva giovanetta, scolpita nel marmo da Filippo Lovatelli, la cui famiglia si era unita ai Caetani attraverso Ersilia sorella del capostipite  Onorato, che aveva sposato. Ma è chiaro che la sua nascita aveva creato imbarazzo:

all'epoca lo si sintetizzava in una frase che nella sua fredda tecnicità conteneva anche una certa dose di scandalo: era, si diceva, "figlia di secondo letto, e di un letto non legalizzato da un vincolo formale. Leone soffriva di questa situazione, e abitando con Ofelia nella sua bella e nuova villa al Gianicolo, era sottoposto alle feroci critiche di Vittoria, che lo distoglievano dai suoi amati studi e dalla sua ancor più amata nuova compagna. E alla fine, stanco di questo stato di cose, Leone  pensò di risolvere il suo problema lasciando l'Italia e scegliendo il Canada come sua nuova patria.

 

Vi si era già recato alla fine degli anni dieci del Novecento, l'aveva in parte percorsa, con particolare riferimento alla British Columbia, a nord, una zona freddissima e dal lungo inverno, ma splendida soprattutto nella grande area dell'Okanagan, dove aveva visto luoghi che avrebbe vissuto volentieri. Wmigrare in Canada avrebbe significato per lui conquistare una serie di risultati: liberare la sua famiglia da quell'imbarazzo; costruire la sua nuova famiglia su basi legali avvalendosi delle leggi  canadesi, che gli consentivano di avere una moglie regolare e, soprattutto, una figlia legittima e non più di "secondo letto"; e c'era anche una terza ragione, che poi qualcuno ha voluto usare come alibi. Leone si era trovato al centro di una grossa polemica con la destra liberale, che lo accusava di vari misfatti politici e di antipatriottismo, lui che aveva combattuto la prima guerra mondiale come volontario. In verità, anche qui si è inserita, a mio avviso, un’altra vulgata: quella secondo la quale Leone emigrò in spregio al fascismo e non accettando il nuovo regime.

 

La cronologia, mi pare, fa giustizia di questa ragione, perché Leone decise di emigrare forse nel 1921, quando, cioè, il fascismo si era già fatto conoscere, ma non erano ancora avvenuti due fatti fondamentali e costituenti: la marcia su Roma e la trasformazione del movimento fascista in partito politico, che sono del 1922. A mio avviso, fondamentale per Leone fu la motivazione familiare, e questo aspetto sembra essere sottolineato dal fatto che egli decise tutto in perfetta solitudine, senza metterne a parte la sua famiglia di origine. Vendette le sue proprietà, acquistò una nuova proprietà in Canada e "fuggì" tenendo i suoi parentiall'oscuro di ogni azione.

Questo suo muoversi sotterraneo si coglie da una lettera che il fratello Gelasio scrisse alla madre Ada Wilbraham lamentando che Leone avesse fatto le cose senza neppure rendere nota ai suoi più intimi familiari la sua idea di trasferirsi definitivamente nel nuovo mondo.

 

Leone, dunque, individuò nella British Columbia lo Stato in cui trasferirsi; comincìò a vendere le sue grandi proprietà, acquistò una azienda agricola nello Stato da lui prescelto e andò a dimorare nella cittadina di Vernon che oggi accoglie il Caetani Cultural Centre, creato alla sua morte a suo ricordo. Quando il trasferimento avvenne, Sveva aveva 4 o 5 anni. Wlla si trovò immersa in un nuovo e sconosciuto ambiente, e se la imbarazzava molto relativamente l'uso della nuova lingua, che imparò rapidamente, non le furono di ostacolo neppure gli anni scolari iniziali, giacché poté avvalersi di insegnanti privati, oltre che dello stesso assiduo insegnamento del padre che per lei stravedeva. In una sua lettera Leone, parlando della figlia, ne tesse l’ elogio come donna intelligente, dotata per le arti umanistiche e per la cultura in genere e concluse orgogliosamente: "Ha preso di me". Leone poté accompagnare la figlia - spesso venuta a Roma per non tagliare i legami con una città, con una cultura e con una famiglia che le appartenevano: si definì, difatti, "romana per sempre"

- fino alla metà degli anni trenta. Nel 1934 a Leone fu diagnosticato un tumore alla gola  che tentò invano di combattere e che lo condusse alla morte, avvenuta il giorno di Natale del 1935. La scomparsa di Leone gettò nella depressione la moglie Ofelia, già a sua volta colpita da pesanti acciacchi che la indussero a chiudersi in casa per gli ultimi 25 anni della sua vita, costringendo di fatto anche la figlia a vivere in quell’isolamento, per averne l'aiuto materiale e la compagnia che le mancavano.

 

Sveva, quindi, visse una vita ritirata e quasi eremitica fino alla morte della madre, avvenuta nel 1960. Non aveva, però, sprecato quegli anni, perché aveva proseguito nelle letture e soprattutto nella pittura che la affascinò e che ne ha fatto una delle artiste più apprezzate e nominate del Canada. Sveva conobbe la sua nuova vita a 43 anni, quando, ormai libera dall'affettuoso ma esclusivista vincolo materno, si dette agli studi sistematici, all'insegnamento e alla pittura, nella quale eccelse. Finalmente liberata da quella condivisa prigionia, dette sfogo a tutta la voglia di vivere all'aperto che le era stata fino allora preclusa. Pote', soprattutto,  sviluppare la sua pittura confrontandosi con un mondo più vasto di quello in cui era rimasta così a lungo relegata e concependo il suo capolavoro pittorico che si chiama Recapitulation.

 

E la pittura è l'arte che lega le due cugine, Lelia e Sveva, ma con caratteristiche fortemente opposte: calma, serena, dolce come i paesaggi dei nostri luoghi e di Ninfa in particolare, Lelia; tormentata, fortemente allegorica, espressione della vita difficile che aveva vissuto, Sveva. Quando Sveva morì, nel 1994, la sua scomparsa non fu particolarmente ricordata, e credo che questo non sia stato un atteggiamento leale nei confronti di una Caetani.

 

Questa mi sembra una doverosa ricostruzione che una Fondazione che si occupa di storia della Famiglia doveva a questa donna che il Canada considera come una delle sue grandi vestali artistiche. A Lelia abbiamo dedicato in passato ampie rievocazioni e studi e oggi stesso la ricordiamo nei 40 anni dalla sua morte. Io debbo essere personalmente grato a donna Lelia, che ho avuto la fortuna di conoscere insieme al marito Hubert Howard, e alla quale debbo se sono stato nominato fin dall'inizio consigliere della fondazione e membro del suo direttivo.

 

Qui non si vuole riabilitare o condannare nessuno: dobbiamo solo prendere atto di quello che ho raccontato e ridare a Sveva il posto che ha il diritto di occupare nella Famiglia come figlia del XV duca di Sermoneta e come autentica esponente dei Caetani.


Autunno a Ninfa. Pensieri e colori

 

di Azzurra Piattella

Consigliere della Fondazione Roffredo Caetani onlus

 

Il salone dell'edificio identificato come Municipio del Giardino di Ninfa ha accolto, nella mattinata di sabato 21 ottobre 2017, un evento commemorativo organizzato dalla Fondazione Roffredo Caetani e dedicato alla memoria delle ultime donne del Casato: Lelia Caetani Howard (nel quaratesimo anno dalla morte) e Sveva Caetani (nel centenario della nascita). La sede in cui si è svolta la manifestazione è, senza retorica, un vero e proprio luogo consacrato all'arte, ai sentimenti e al ricordo delle personalità che vi hanno dimorato. 

Accanto ai dipinti di Donna Lelia, ubicati alle pareti sovente nella loro collocazione originale, troneggiano nell'ambiente gli arredi di famiglia, il pianoforte che il grande compositore Franz Liszt donò a Roffredo, i ritratti storici di alcuni personaggi del Casato nonchè immagini fotografiche che rimandano ai legami parentali dei Caetani con importanti nobili famiglie inglesi. 

Fra le tematiche affrontate nel corso della conferenza, è emersa l'analisi dei possibili punti di contatto tra le due cugine Caetani, ricordate con affetto per le loro vicende umane, ma anche per la loro incredibile vicinanza in termini di espressività artistica e intellettuale. Com'è noto infatti, nonostante una mancata costante reciproca frequentazione, entrambe fecero della pittura un dominante filo conduttore delle loro esistenze. Lelia e Sveva, seppur in termini diversi, fecero della pittura uno strumento di affermazione della propria individualità, della propria personalità e, per certi versi, il tramite per una sottile forma di riscatto da circostanze e contesti che, seppur profondamente differenti nei due casi, avrebbero rischiato di comprimere un ego sensibile, rispettoso, delicato, quasi apparentemente laterale nell'ambito familiare. 

Nonostante la comune scelta artistica, quasi dettata da insondabili leggi genetiche, Lelia e Sveva realizzarono però opere profondamente diverse da un punto di vista tecnico, stilistico ed espressivo.

Le motivazioni di tale diversità possono essere forse sintetizzate in alcune osservazioni:

1) un aspetto è sicuramente quello cronologico. Nonostante la vicinanza di data di nascita (1913 e 1917) e la comune passione per il disegno negli anni dell'infanzia, possiamo certamente affermare che Lelia si avviò a un percorso pittorico “ufficiale” sin dai primi anni Trenta come risulta dalle iscrizioni sul retro di alcuni suoi quadri dell'epoca, dalle esposizioni effettuate nelle città di Londra e di Parigi e dalla partecipazione a rassegne documentate da articoli pubblicati su testate parigine e romane. Sveva invece, all'inizio degli anni Trenta (e precisamente dal 1935 anno della morte di suo padre Leone) inizia un lungo periodo di segregazione fisica e di chiusura sociale che continuerà sino alla morte della madre Ofelia Fabiani.

Nel 1977 purtroppo Lelia muore. L'anno dopo (1978) Sveva invece si accinge ad iniziare quello che e' considerato il suo masterpiece, cioe' una serie di 56 acquerelli intitolata Recapitulation. Il lavoro autobiografico, ispirato alla Comedia dantesca e portato avanti sino al 1989 nonostante la salute precaria dell'autrice, riassume per certi versi la storia, il viaggio della sua vita. 

2) Un altro aspetto potrebbe essere  ravvisato nel differente ruolo delle figure materne nelle due esistenze. Marguerite Chapin e Ofelia Fabiani vivono entrambe situazioni familiari atipiche per l'epoca e, pur nei privilegi delle proprie vite, affrontano dolori enormi che pero' metabolizzano e proiettano in maniera diametralmente opposta. Marguerite è la donna che, nonostante la prematura perdita dei genitori e la successiva morte di un figlio nel fiore degli anni, è sostenitrice di talenti, fondatrice di circoli artistici e letterari. Frequenta pittori, scultori, scrittori e nel turbine della sua mente proiettata nel futuro coinvolge la figlia, incoraggiandola e introducendola pur nel rispetto di una personalità schiva e riservata. Ofelia invece introietta il suo dolore, la sua precoce solitudine, e nel disperato tentativo di proteggere quello che resta della sua famiglia (costruita a dispetto della società del tempo, dei pregiudizi, dei rancori altrui) tenta di tutelare sua figlia allontanandola da qualsiasi potenziale pericolo, isolandola dal resto del mondo, dal quel mondo che doveva sembrarle inaffrontabile senza la guida di Leone.

3) Non trascurabile è la differente formazione pittorica delle due cugine. Lelia respira le dinamiche del contesto artistico parigino dei primi decenni del Novecento e in particolare risente delle ascendenze pittoriche di Andre' Derain, Edouard Vuillard, Pierre Bonnard e di altri con riferimenti alla pittura post-impressionista e a quella dei Nabis. Queste esperienze vengono riversate in uno stile personale che mantiene sempre inalterato il contatto con la natura, per come essa si manifesta, e con i sentimenti. La sua è e rimarrà nel tempo una pittura delicata sia nel tocco materico del pennello che nella scelta della gamma cromatica.

Sveva, d'altro canto, si esprime attraverso una pittura di forte impatto simbolista e per certi versi antinaturalistico. Le sue linee sintetiche e i colori esprimono una dimensione spirituale più che una descrizione visiva. Il tormento e l'inquietudine serpeggiano, nei suoi dipinti, attraverso un racconto allegorico dedicato alla sua vita e manifestato attraverso immagini surreali, visionarie, di matrice dantesca. E' importante ricordare che Sveva ricevette insegnamenti dal pittore russo Andre Petroff il quale aveva studiato all'accademia di San Pietroburgo. Dunque nelle opere di Sveva è anche ritrovabile una componente di derivazione russa, si intravedono gli echi della concezione cromatica di Kandinsky e le forme di certi accenti magici, non prive di evocazioni antifiabesche. 

 

La cospicua collezione di acquerelli, denominata appunto Recapitulation, è oggi conservata presso l'Alberta Foundation for the Arts in Edmonton, città della provincia canadese dell'Alberta. Nell'ambito di questa serie, l'opera intitolata A deep transparency (1985) illustra un'ipotetica figura femminile rappresentata nella sua evanescenza in un tentativo di fuga ideale o di rinascita spirituale coadiuvata dalle trasparenti acque del fiume, simbolo di purificazione. La porta in primo piano, anch'essa trasparente, vuol essere la metafora di un possibile passaggio facilitato dalla sua dematerializzazione.   

Oltre al suddetto importante centro artistico (Alberta Foundation) in cui è conservata la rilevante teoria d'immagini, è doveroso menzionare anche il Caetani Cultural Centre, nato per volontà di Sveva e risultato della metamorfosi  della proprietà canadese dei Caetani in Centro Culturale per la ricerca. 

 

La sala dell'ex Municipio di Ninfa (photo Luca Marchioni)
La sala dell'ex Municipio di Ninfa (photo Luca Marchioni)
Gelasio Gaetani d'Aragona con il Presidente della Fondazione R. Caetani, Pier Giacomo Sottoriva (photo Luca Marchioni)
Gelasio Gaetani d'Aragona con il Presidente della Fondazione R. Caetani, Pier Giacomo Sottoriva (photo Luca Marchioni)