La facciata graffita della "Casa della Pace" di Viterbo. Un restauro conservativo che ci avvicina

di Ugo De Angelis


Certo che, l’iscrizione: CONCORDIA CIVIUM INSTAURATA MDIII che appare su l’architrave della finestra della facciata su corso Italia del quattrocentesco fabbricato posto ad angolo con piazza delle Erbe nel centro storico di Viterbo, ci invita ancora oggi a ricordare il luogo dove fu sancita la  pace tra le locali fazioni guelfe e ghibelline, in lotta al tempo di Alessandro VI(1)

Le vecchie immagini dell’edificio chiamato la “Casa della Pace”, articolato dalle classiche tre fasce orizzontali: basamentale con botteghe, il piano nobile e l’attico, pur restituendo contorni opachi dell’aspetto originario dell’ornato, mostrano ancora in facciata il modulo quadrato del bugnato a punta di diamante, disegnato con la tecnica del “graffito” e delimitato orizzontalmente, all’altezza dei marcadavanzale, da cornici continue, forse raffiguranti grottesche fitomorfiche e o zoomorfiche o ancora fregi con motivi floreali.

Così anche i quattro archetti posti su semicolonne ioniche del loggiato di entrambe le facciate appaiono sormontati da decorazioni di cornici con dardi e figure di rosoni fioriti posti al centro di pennacchi. 

Mentre la facciata con balcone che si apre sulla piazza delle Erbe, caratterizzata dal “solenne” alzato rettangolare, con loggiato e sovrastante clipeo, è chiusa da un finto cornicione di coronamento con motivi ornamentali in sequenza continua di forme di icone floreali o di vasi e teste, all’interno di arcatelle. 

Come ci descrive il Vasari(2), la tecnica pittorica di simulazione dei fregi, ornati, ordini architettonici, chiamata sgraffito, era ottenuta attraverso la stesura sulla parete di una miscela di intonaco composta di calce e sabbia mescolata ad acqua con l’aggiunta di paglia bruciata per ottenere un colore grigio argento.  

Sullo strato di intonaco veniva poi steso a coprire, una mano fine di grassello di calce di travertino  sulla cui superficie ancora fresca, si poggiavano i cartoni per il disegno in carboncino con la tecnica a spolvero(3). Nel caso della simulazione del bugnato, il pittore con l’ausilio di un arnese in ferro, ripassava i contorni dell’impronta impressa sulla parete, dividendo diagonalmente il modulo quadrato in due parti, di cui una veniva tratteggiata con fitte linee verticali. Queste incisioni riportavano alla luce il sottostante strato di intonaco scuro che veniva rasato per eliminare il bianco strato superficiale di calce, su cui poi si stendeva una tinta di scuretto molto acquosa. Mentre di solito per le parti di campo bianco superficiale di calce di travertino, da coprire con disegni ornamentali, si impiegavano colori molto densi per compensare l’assenza del fondo di stucco, solitamente utilizzato nelle pareti da affrescare. Questa tecnica di decorazione ci riconduce ad esempi che ritroviamo in alcune facciate di case romane di fine Quattrocento(4), nella cinquecentesca facciata del Palazzo Settimo a Palermo, venuta alla luce per il fortuito distacco di diverse porzioni del più recente rivestimento barocco(5), come anche in quella più vicina a noi, all’interno del Castello Caetani di Sermoneta (LT), che nel 1993 è stata oggetto di restauro e per questo motivo rimane uno dei modelli, (se non l’unico), di facciata in bugnato simulato a punta di diamante, meglio conservato. In quest’ultimo nostro locale esempio, vedrei interessanti similitudini con la trama quadrata del graffito della “Casa della Pace”, che meriterebbe uno studio più approfondito sulle tecniche di lavorazione adottate in entrambi gli edifici, sul possibile sistema di misura dei multipli del “piede di Liutprando”(6) e sulla provenienza delle maestranze impiegate, ma per questo lascerei ai posteri l’ardua ma interessante ricerca. 

Tornando nella Casa della Pace attraverso le immagini di fine 800, la raffinata partitura decorativa appare ancora intera, ma poi smarrisce i ricordi dei fregi e i graffiti che in origine ornavano l’intero edificio, infine a causa del tempo, la memoria svanisce, i colori sbiadiscono, le immagini si confondono e i materiali si degradano. Così alcuni anni fa, complice anche l’incuria degli uomini, un improvviso cedimento strutturale di una buona parte di porzioni dell’intonaco di rivestimento della facciata, seguito da un rabberciato intervento di risarcimento con malta di cemento(7), hanno assestato un duro colpo all’immagine architettonica di questo “monumento”, inerme testimone di un passato splendore. 

Quell’insieme di ombre anonime, sulle superfici architettoniche, appaiono come testimoni silenziosi e impercettibili dei fasti di quel passato che oggi possiamo solo osservare nelle immagini iconografiche. 

La presenza di vaste lacune di intonaco nella facciata prospiciente piazza delle Erbe, hanno favorito infiltrazioni di acqua piovana nella muratura con la creazione di situazioni di degrado strutturale ed    

estetico dell’ormai compromessa decorazione parietale. 

Recentemente, l’ormai non più procrastinabile sistemazione, ha suggerito agli interessati e ai progettisti(8) di propendere, sentito il parere degli Organi competenti(9), ad un intervento di restauro conservativo mediante il consolidamento delle isole del paramento originario e di liberazione dalle recenti superfetazioni di intonaco cementizio delle lacune e successiva integrazione con uno strato di intonaco di malta simile a quella originale. Al fine di restituire una visione intera della facciata, coerente al concetto brandiano del restauro, nella integrazione delle lacune si è fatto anche attenzione all’aspetto estetico, considerando la scelta cromatica più vicina a quella dominante della superficie originaria. 

Nell’immagine accanto una fase dell’intervento di restauro della base di una semicolonna del loggiato mediante il risarcimento del plinto e la reintegrazione di un frammento del toro inferiore. 

Così l’approccio metodologico ha posto le basi per una corretta lavorazione della miscela di malta colorata naturale. Le proporzioni e quantità dei componenti: grassello di calce miscelato con inerti silicei di sabbia di fiume lavata, pozzolana vagliata e pigmenti naturali, sono state calibrate su campioni di malta con sequenze di prove colore. La finitura a frattazzo di spugna, ha poi completato l’intervento di integrazione delle lacune, che si spera abbia raggiunto il risultato cromatico atteso. 

Il collaudo dei lavori della porzione di facciata su piazza delle Erbe hanno visto la presenza dell’Arch. Tiziana Farina della Soprintendenza ai monumenti del Lazio, unitamente alla presenza del D.L. Ing. Franco Pellegrini, il progettista Arch. Lorenzo Grani, il Coordinatore della Sicurezza Geom. Massimiliano Paladino, la Dott.ssa Lorella Pagni che ha diretto le operazioni di restauro conservativo e l'impresa appaltante Edildavid. Durante l'incontro la Dott.ssa Pagni ha illustrato le varie fasi dell'intervento documentate con immagini fotografiche. Al termine delle operazioni il tecnico della Soprintendenza nel congratularsi con tutto lo staff per l'ottimo risultato ottenuto, ha espresso parere positivo al rilascio del certificato di regolare esecuzione dei lavori.  

Infine ringrazio i colleghi viterbesi che in questa fase hanno reso possibile produrre un mio piccolo contributo che, anche per l’esempio parietale del Castello Caetani di Sermoneta (LT), spero abbia offerto l’occasione per rendere più vicini i nostri territori.

 

Note

 

Biblioteca e società, Viterbo - Fazioni in lotta a Viterbo al tempo di Alessandro VI. Bruno Barbini - Fascicolo 1-2, giugno 1982.

Le vite dè più eccellenti pittori, scultori ed architetti di Giorgio Vasari. Cap. XXVI,  De gli sgraffiti delle case, che reggono l’acqua; quello che si adoperi a fargli e come si lavorino le grottesche nelle mura,. Giovanni Bellosi e Aldo Rossi. Einaudi Torino 1986, pag. 95.

Tecnica che permette di riportare un disegno a grandezza naturale, su varie superfici: tramite un cartone preparatorio, con un ago si perforano i contorni del disegno che si appoggia sulla parete, poi utilizzando della polvere di carboncino si tamponano le parti perforate, tolto il cartone rimangono le tracce del disegno sulla parete.

Architettura del classicismo tra Quattrocento e Cinquecento. Alfonso Gambardella, Daniela Jacazzi. Gangemi Editore 2007.

Palazzo Settimo: Un esempio di facciata graffita in Sicilia - Francesca Paola Mineo - Lexicon. Storie e architettura in Sicilia - Rivista semestrale di Storia dell’Architettura - N. 5-6/2007-2008- Edizioni Caracol – Palermo. Pag 109.

Antica unità di misura di origine longobarda, il Piede di Liutprando costituisce l'unità di misura di riferimento che consente il calcolo sia delle superfici che delle lunghezze e consente di derivare tutte le misure di superficie e lunghezza (multipli e sottomultipli) attraverso l'uso del solo sistema duodecimale (va ricordato che 12 risulta divisibile per 2, 3, 4, 6 mentre 10 è divisibile solo per 2 e per 5).

L’Opinione Viterbo & Alto Lazio, mercoledì 9 maggio 2012, Emanuele Faraglia, pag.5.

Servizi Tecnici Territoriali - Studio Tecnico Urbanistico dell’Arch. Lorenzo Grani, Ing. Patrizia Badini e il Geom. Massimiliano Paladino, in collaborazione con Dott.ssa Lorella Pagni esperta in restauro e conservazione opere d’arte. Viterbo.

Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici per le province, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo - Comune di Viterbo, Settore VII Urbanistica e Centro Storico.

 

 


 

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