Il ruolo delle fondazione nello sviluppo delle comunità locali

di Giuseppe De Rita, Presidente Fondazione CENSIS


Da sinistra: Gabriele Panizzi, al tempo Presidente della Fondazione Roffredo Caetani, al centro Giuseppe De Rita, Presidente Fondazione CENSIS, Andre Gentiloni, Consigliere Fondazione Camillo Caetani di Roma
Da sinistra: Gabriele Panizzi, al tempo Presidente della Fondazione Roffredo Caetani, al centro Giuseppe De Rita, Presidente Fondazione CENSIS, Andre Gentiloni, Consigliere Fondazione Camillo Caetani di Roma






















Si riporta il testo dell'intervento del Presidente della Fondazione CENSIS, dott. Giuseppe De Rita, il giorno dell'inaugurazione del Complesso monumentale Tor Tre Ponti, il 23 novembre 2014.


Ringrazio Gabriele Panizzi per avermi invitato oggi a ragionare sul significato di questo luogo storico, all’interno di una realtà vasta e complessa, quella fra i colli Lepini e una città nuova, che è anche una realtà industriale, come Latina. In mezzo c’è quest’area che potrebbe essere, e speriamo tutti che lo sia, un’interfaccia tra due mondi.

Io ho un rapporto molto personale con questa zona, un rapporto emotivo. In questo equilibrio mi sta particolarmente a cuore la collina, perché il mondo moderno, proprio perché è complesso, faticoso e complicato, ha un bisogno incredibile di equilibrio, di equilibri fra territori, di equilibri fra mondi, di equilibri fra culture. Noi abbiamo un mondo che tende a confondere tutto, questo è un Paese in cui la pluralità istituzionale non c’è più, in cui le istituzioni vogliono fare tutte la stessa cosa: governare, comandare. La scomparsa dell’equilibrio istituzionale, della pluralità delle istituzioni, non è una cosa positiva, perché un Paese moderno vive se ha tante istituzioni e se funziona la sussidiarietà. Vanno distinte le funzioni: le funzioni del comune di Norma, rispetto ai bacini d’acqua, al fiume Ninfa, ai laghetti di ripopolamento sono, rispetto alla periferia di Latina, mondi diversi, vanno governati in modo diverso, vanno coltivati in modo diverso e vanno rispettati nella propria articolazione funzionale. 

Ho detto questo non per fare un quadro generale, ma perché l’argomento che toccherò immediatamente ha lo stesso problema: troppe fondazioni creano confusione.

La parola “fondazione”, negli ultimi anni, ha assunto significati diversi. La fondazione, nel Codice civile, è un’espressione di volontà ex tunc che esprime un patrimonio; una fondazione è quella che si sostiene sulla base delle rendite di un patrimonio. Tuttavia, la parola “fondazione” la usano tutti e l’hanno adattata a una serie di funzioni. Negli anni ‘70 molte associazioni che vivevano come aziende, e non di patrimonio, sono state trasformate in fondazioni. Faccio due esempi: il primo è quello del Censis, una fondazione che vive di contratti di ricerca (circa sessanta l’anno), fa l’azienda, presenta il bilancio in tribunale, paga le tasse; insieme a noi, nella stessa riunione del Consiglio di stato che approvò il nostro statuto, partì anche l’Istituto Mario Negri, un gentile signore che, morendo, lascò 100 milioni al professor Garattini per creare una linea di ricerca farmaceutica. Io sono stato tra quelli che hanno forzato la mano sulla dimensione fondazionale, però dalla fondazione tradizionale, eredità collocata ex tunc per un fine specifico che vive solo di patrimonio, è cambiato moltissimo. 

Non passa molto tempo che anche questo meccanismo viene ad essere ulteriormente distorto dalla dimensione delle fondazioni di origine bancaria: le vecchie Casse di risparmio vengono trasferite altrove e restano le fondazioni che in parte gestiscono il patrimonio nelle vecchie Casse. E’ vero che hanno il patrimonio, ma non è un patrimonio che è stato costituito da una volontà. Per quanto si possa essere, come me, compartecipe della storia delle fondazioni bancarie, bisogna dire che la dimensione della fondazione bancaria ha disperso il concetto base di fondazione. Le fondazioni bancarie hanno avuto per tanti anni troppi soldi: alcuni hanno fatto cose non necessarie, altri cose stravaganti, altri cose interessanti, però tutti erano centrati su un’iniziativa propria. 

E’ andata ancora peggio quando sulla parola “fondazione” si è stabilita la concezione associativo-politica. Oggi ci sono una serie di fondazioni che fanno politica attraverso la parola “fondazione”, ogni leader politico di media levatura costituisce la sua fondazione. 

Si usa la parola “fondazione” per fare di tutto, ma non si può strumentalizzare la parola, bisogna mantenere la fedeltà al tipo di strumento giuridico che si è scelto. Naturalmente questo viene ulteriormente complicato dal fatto che il meccanismo fondazionale permette diversi tipi di attività. L’art. 2 della legge sulle fondazioni permette di fare attività sussidiarie in materia scolastica, sanitaria, assistenziale, culturale e anche in materia di sviluppo locale.

Oggi abbiamo quindi 4 tipi di fondazioni: 

- la fondazione grant-making, che eroga soldi, la fondazione di erogazione. Esiste addirittura una fondazione delle fondazioni di erogazione, la Fero. 

- la fondazione operating, che agisce per proprio conto. Il Censis è una fondazione operating: abbiamo i nostri programmi, abbiamo i nostri bilanci, abbiamo la nostra struttura organizzativa, lavoriamo in maniera autonoma.

- la fondazione che conserva patrimoni, come questa che oggi ci ospita, come il Fai; si trova in grandi realtà, ha uno spirito di cultura conservativa. La fondazione che regge un patrimonio culturale ha bisogno di un patrimonio finanziario, altrimenti non ce la fa. Pensiamo alla Fondazione Spadolini che non potrebbe sopravvivere e conservare l’enorme biblioteca Spadolini se non ci fosse la Cassa di risparmio di Firenze.

- la fondazione associativa, che più che altro è un’etichetta, un brand.

Vedete come nella parola “fondazione” abbiamo messo troppe cose. Quando, negli anni 70, trasformammo il Censis in fondazione, quella parola era ambita perché dava il senso di essere una struttura fuori dal profit. Oggi invece, pur non essendo nel profit, si trova in una logica di interessi diversi. 

Il problema fondamentale sta nella focalizzazione, la focalizzazione del modo di essere di una fondazione. La fondazione non è più connotata dal suo strumento giuridico, che è stato ormai usato da tutti, ma è connotata dal suo valore intrinseco, e anche dal suo valore comunitario. Se fa comunità, se fa attività culturale vera, diventa fondazione, questo è il valore intrinseco. Se io gestisco Ninfa e il castello Caetani, ho la struttura di fondazione, ho anche l’anima della fondazione, perché è l’oggetto che parla per me, è l’oggetto che mi definisce. 

La frequentazione quasi sessantennale con Sermoneta mi ha dato l’idea che l’anima antica di quest’area fosse sulla collina. Una volta la ferrovia era la Velletri-Terracina, il rapporto con Terracina era importante, il processo era quello di un attaccamento alla dimensione agricola, alla dimensione collinare, alla dimensione storica, alla dimensione identitaria. L’identità di quest’area è identità collinare. 

Naturalmente la bonifica, specialmente l’ultima, ha cambiato l’identità, ha creato addirittura dei gruppi sociali: gli immigrati degli anni ’30 erano di diverso tipo, venivano da un altro mondo. Però l’anima resta attaccata alla collina, l’anima resta legata a questa realtà rispetto all’esplosione della città, all’esplosione dell’industria, all’esplosione della dimensione urbana della pianura. E se una comunità, che oggi chiamiamo provincia di Latina, ha bisogno di un’anima, ha bisogno di un’anima comunitaria, la dimensione è dell’anima comunitaria, sta nella capacità di unire la dimensione della pianura, della riforma, della nuova popolazione, oggi addirittura extracomunitaria, e la dimensione della collina. Dalla collina arriva l’acqua, arriva il paesaggio, arriva la storia, arriva l’identità. Il tentativo di fare un’unità, e il coraggio di mettersi in questo punto, non soltanto perché è il punto d’incontro tra la dimensione collinare e la dimensione della città, ma perché può essere il luogo terzo.

Zagrebelsky scrive che il simbolo è il luogo del rinvio, è il luogo in cui c’è la possibilità di raccogliere e rinviare messaggi. Questo luogo può essere il luogo del rinvio, il simbolo di una doppia anima che non è facile mettere insieme, ma può avere se non un’unità fisica, amministrativa, organizzativa, perché ci sono troppe diversità, un’unità simbolica. Queste due realtà, della collina e della piana, hanno una loro validità forte se c’è il luogo del rinvio, se c’è la possibilità di farne un momento simbolico. La fondazione non ha soltanto il fatto che gestisce un patrimonio, un’eredità culturale straordinaria, ma anche una funzione, appunto, comunitaria, di fare storia nel momento in cui è radicata in un territorio. Il punto fondamentale è il simbolo, il luogo del rinvio, luogo terzo rispetto ai due mondi che si dovrebbero legare. 

Vedete come la discussione sulla realtà della sussidiarietà tra le istituzioni è fondamentale. In questa Fondazione non c’è nessuna volontà di governare - neppure le centinaia di ettari lasciati dai Caetani -, non c’è nessuna volontà di governare il sistema, ma c’è la volontà di mettersi insieme agli altri operatori del sistema, i Sindaci, i Comuni, le associazioni, le attività e i movimenti ecologici, per far sì che questo tipo di realtà locale diventi il luogo del rinvio, il rinvio all’antico, il rinvio alle differenze, il rinvio all’esigenza di stare insieme, il rinvio ad una esperienza attiva, non alla conservazione. 

La conservazione è fondamentale, i patrimoni vanno conservati, vanno addirittura valorizzati, o almeno non bisogna farne diminuire il valore, ma il valore non è soltanto l’entità del patrimonio o la sua rendita, il valore è anche la natura stessa dell’attività che si svolge. In questo modo la struttura della fondazione, il nome “fondazione” ritorna alle origini. 

C’è una bellissima notazione di Heidegger secondo la quale una casa prima si abita e poi si costruisce. Bisogna abitare le cose per poterle poi costruire, altrimenti si fanno delle cose fredde e veniamo costretti ad abitare in cose che non abbiamo pensato, sentito, vissuto. Questo dove ci troviamo oggi è un luogo che è stato abitato, che si può costruire perché è stato abitato. Questa è una realtà locale su cui si può costruire perché è stato abitata, perché è ancora abitata e perché si può pensare di abitarla ancora. Non è soltanto la ristrutturazione edilizia, non è soltanto il simbolo del luogo del rinvio, ma è la ripresa di un abitare che può portare ad ulteriori costruzioni.

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