I giovani, i centri storici e le nuove tecnologie, giornata di studio - 21 marzo 2015



Organizzato dalla Fondazione Roffredo Caetani, ad iniziativa della Associazione Restituit onlus, e con il patrocinio del Comune di Sermoneta si è svolto presso il Castello Caetani, il 21 marzo 2015, un convegno dedicato ai problemi dello spopolamento giovanile dei centri storici e alle prospettive di consolidare la loro residenza nella odierna disponibilità di mezzi di comunicazione telematica che risolverebbero molti dei problemi relazionali. Relatori sono stati i professori Luciano Monti (Luiss Roma), Lucina Caravaggi (Roma Sapienza), l’arch. Anna Di Falco, mentre il dottor Eugenio Marchetti, della snc Borgo Lingua, ha raccontato le esperienze di questa giovane società – composta da giovani – che ha scelto di praticare un ambito lavorativo di grande novità e prestigio: l’insegnamento dell’ italiano a cittadini stranieri.

Il Presidente della Fondazione, Pier Giacomo Sottoriva, ha portato gli auguri dell’ente ed ha ricordato che nel castello di Sermoneta la Fondazione già dà ospitalità a diverse discipline formative: agli studenti di architettura  dell’Università tedesca di Magonza (Mainz), ai giovani che da tutto il mondo partecipano in estate ai Corsi di perfezionamento musicale organizzati dal Campus Internazionale di Musica nell'ambito del Festival Pontino di Musica; a Borgo Lingua, con i suoi corsi; alle ricerche sui problemi giovanili che impegnano da alcuni mesi tre ricercatrici coordinate dalla Luiss di Roma nell'ambito di un progetto del Club di Latina.

La giornata di lavoro è stata arricchita dal contributo di diversi spettatori e soprattutto Amministratori dei Monti Lepini, particolarmente interessati al problema dibattuto, e si è conclusa con molta soddisfazione. Di seguito riportiamo abstracts dei contributi svolti. 


Estratto intervento Prof. Luciano Monti(1)


Il 19 novembre 2014, In occasione della presentazione, sempre in questa sede, degli obiettivi della ricerca sul divario generazionale, promossa dal ClubdiLatina, avevo pubblicamente dichiarato che, per intraprendere questa via, ci sarebbe voluta una buona dose di follia. 

Una follia sotto il profilo scientifico, non essendovi apparentemente solidi appigli per costruire un modello che potesse “misurare” in concreto il costante ritardo nel quale vivono i giovani chiamati a realizzare le loro aspettative e, lasciata la Scuola, ad entrare nel mondo del lavoro(2). Una follia inoltre pensare che sia possibile  scalfire la solida costruzione di diritti acquisiti da coloro che, più fortunati, hanno potuto beneficiare di decenni di crescita economica e di impegno facile della finanza.

Ora, a quattro mesi dall'avvio dei lavori sono orgoglioso di poter dire che quel pizzico di follia è stato premiato. Non è certo possibile affermare che è stata trovata la soluzione, o meglio le soluzioni possibili per ricostruire quel “contratto sociale” che vorrebbe ogni generazione lasciasse a quella successiva un mondo migliore o comunque non peggiore di quello da loro vissuto. Un contratto non scritto che in nome della equità generazionale impone di preoccuparsi anche di coloro che, perché non ancora nati, non possono avere diritti sulla carta, ma devono averne nei nostri cuori.

Grazie agli spunti emersi da una esperienza analoga maturata da qualche anno in Inghilterra e dall'indefesso lavoro delle ricercatrici che hanno abitato e abitano il castello di Sermoneta e il suo borgo, è stato messo a punto un indicatore, che abbiamo chiamato Indice di divario Generazionale (o GDI acronimo inglese di Generational Divide Index) che analizza oltre venti indicatori elaborati da fonti istituzionali, tutti misurabili annualmente. Dal tasso di disoccupazione giovani, per dirne uno molto noto, al tasso di percezione dello stato di salute, per dirne uno meno noto(3).

E’ stato così possibile cominciare a misurare l’aggravarsi della situazione generale nei confronti delle giovani generazioni e in modo inaspettato, scoprire che questo indicatore “peggiora” molto di più dell’economia nel suo complesso, come si vede nella figura sotto. Un indicatore che, questo è un altro fattore importante, ha iniziato a sancire il declino delle giovani generazioni ben prima dell’avvento della attuale crisi.


 GDI sintetico (2004=100) - Fonte: CluddiLatina 2015
GDI sintetico (2004=100) - Fonte: CluddiLatina 2015

 

Come dicevo, questo indicatore non ci indica ancora la soluzione, ma è in grado, di verificare la bontà o meno di una politica o di una soluzione proposta per uscire dalla crisi. Volendo fare un paragone con la Medicina, potremmo affermare che il GDI non è l’antibiotico, ma il termometro che misura la febbre e che, somministrata una qualsivoglia cura, permette di stabilire se l’infezione in corso è sedata o meno.

Continuando con una buona dose di follia bisogna quindi sperare che ora avvenga un miracolo, cioè che questo nuovo indicatore diventi di dominio pubblico e entri a far parte del dibattito politico.

Ci sono pagine e pagine di giornali che discutono di spread tra i nostri buoni de tesoro e quelli tedesche e spagnoli; la folle speranza è che ora si mettano a discutere anche di come e perché dalla crisi bisogna uscire senza sacrificare un’intera generazione. Con la speranza che il GDI sia il termometro della guarigione di una collettività che dall'equità generazionale e dall'economia a misura d’uomo dei piccoli centri di grande tradizione, deve saper ripartire.

 

Note

(1) Docente di Politica Economica Europea LUISS Guido Carli e Presidente del Comitato Scientifico del ClubdiLatina

(2) Per chi volesse approfondire l’argomento del divario generazionale vedere MONTI L., Ladri di futuro. La rivoluzione dei giovani contro i modelli economici ingiusti, LUISS University Press, Roma 2014.

(3) Per aggiornamenti sui risultati della ricerca visita il sito : www.clubdilatina.it


Intervento Dott. Eugenio Marchetti(1)


Buongiorno,

sono Eugenio Marchetti, amministratore e docente di Borgolingua snc. Ringrazio il presidente Sottoriva per aver voluto inserire la testimonianza di Borgolingua in questa giornata di studi.

Borgolingua è una start up nata nell’autunno del 2014 da me ed Elisa Morsicani con lo scopo di armonizzare in un unico progetto la promozione della lingua italiana e la valorizzazione del patrimonio culturale e naturalistico dei piccoli borghi del Lazio.

Dati della Farnesina, la lingua italiana nel 2014 risulta essere la quarta lingua più studiata al mondo. Sono 687.000 gli studenti che nel 2013 hanno frequentato corsi di lingua italiana tra istituti di cultura italiana, facoltà di Italianistica presso università straniere, società Dante Alighieri e scuole private di lingua.

Una lingua che attrae e appassiona perché porta con sé un’immaginario. La lingua dell’Angelus per i religiosi; la lingua di Vivaldi e Paganini per gli amanti della musica classica; la lingua di Puccini e Rossini per chi studia l’ Opera e la Lirica; e si potrebbe continuare con il patrimonio letterario e storico-artistico. La lingua italiana, oggi, è anche la lingua del fashion, dell’enogastronomia e (per utilizzare un anglicismo) di un certo lifestyle.
Borgolingua nasce per rivolgersi a quanti desiderano studiare e imparare la lingua italiana per approfondire un patrimonio culturale, mossi da un’interesse antropologico. Se studiare l’italiano è un’esperienza antropologica diventano centrali i temi della relazione, dell’autenticità e dello scambio. Quale luogo è migliore, quindi, di una comunità locale? Abbiamo pensato alle comunità dei borghi laziali, in primis a quelle pontine, come veicoli di un’esperienza autentica, scevra dai meccanismi artificiosi del turismo di massa.
Abbiamo una visione internazionale data dall’aver frequentato corsi universitari all’estero. Al contempo, vogliamo dar voce alla nostra passione per il territorio di cui siamo espressione e di cui ci sentiamo parte. Vorremmo, quindi, creare un ponte tra l’ambito locale e quello internazionale, immaginando i nostri borghi come un polo culturale, un riferimento per quanti nel mondo vogliono approfondire il patrimonio linguistico e culturale italiano.
Il nostro percorso è iniziato con la strutturazione di un business plan che ci ha permesso di valutare attentamente molteplici aspetti e per il quale ringraziamo il BIC Lazio. Dopo un’attenta analisi di mercato, uno studio sul potenziale target e sulla fattibilità economica abbiamo scelto Sermoneta come fulcro di questo progetto. Ci tengo a sottolineare che il nostro impegno è di tipo imprenditoriale: vorremmo creare, partendodalla nostra passione, il nostro lavoro puntando sul territorio e sul patrimonio storico-artistico.
Le nostre aule sono in Piazza San Lorenzo in questo borgo denso di storia, arte, sapientemente curato e caratterizzato da una vivacità culturale per via dei saperi e delle pratiche di chi vive nel borgo e nell’area circostante. I primi mesi della nostra impresa sono stati dedicati alla creazione di una rete strutturata con artigiani, guide turistiche, guide naturalistiche, associazioni e cooperative che si occupano di sport naturalistici (canoa, hiking, parapendio, escursionismo). Abbiamo fatto rete anche con ristoranti e strutture ricettive e con chi da anni è attivo sul territorio per creare percorsi artistico-musicali come il Campus Internazionale di Musica e il Maggio Sermonetano. Abbiamo cercato partnership con la Fondazione Caetani, il Comune di Sermoneta e l’Università Agraria “Umberto I”.
Costituita la rete abbiamo creato diversi itinerari linguistici di diversa durata e abbiamo realizzato un sito web tradotto in nove lingue. Stiamo promuovendo i nostri servizi tramite fiere internazionali quali il Bit di Milano, la fiera internazionale di Berlino, il Matching China. Siamo entrati in rete con decine di agenzie di viaggio, tour operator e agenti esteri.
Durante gli Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze abbiamo avuto modo di confrontarci con diversi docenti universitari e ricercatori. Auspichiamo sinergie con le università, in particolare con quelle romane.
Oltre a me ed Elisa nel ruolo di amministratori, oggi Borgolingua ha un team di due docenti di lingua italiana, una docente laureata in cinese, un’assistente universitaria dell’Accademia delle Belle Arti e due agenti di promozione in Germania. Alcuni servizi sono esternalizzati quali il social media marketing, un team di traduttori e un’agenzia di web-grafica. Abbiamo diversi consulenti privati esperti nel settore del marketing turistico.

Da pochi mesi, grazie ad una collaborazione con un centro di formazione europeo realizziamo corsi per studenti universitari stranieri e tutoraggio linguistico negli studi accademici.
Abbiamo in cantiere un progetto scritto per il bando LAZIO CREATIVO che prevede la realizzazione di un’app per implementare il turismo linguistico-culturale nell’area che si estende dai Monti Lepini al litorale pontino.
Un impegno denso, in equilibrio tra una rete internazionale e tante collaborazioni nel territorio. Un esperimento lontano dal pessimismo generazionale e dall’apatia che ha portato molti nostri coetanei a spendere fuori le proprie competenze. A tal proposito, vi invito a contattarci privatamente per collaborazioni e proposte di partnership.
Nel concludere vorrei ringraziare, in modo particolare, la comunità di Sermoneta che ha accolto la nostra idea e con cui stiamo sempre più entrando in empatia e amicizia. 

Grazie ai relatori e ai presenti in sala e buon lavoro a tutti.


Note

(1) Direttore esecutivo Borgolingua snc.


Intervento Arch. Anna Di Falco(1) 

Un appello per “abitare” nuove relazioni e mantenere in efficienza i centri storici


La politica e l’economia non possono ignorare la grande opportunità che le nuove tecnologie offrono per un cambiamento culturale che può favorire un ricambio generazionale nei piccoli centri storici. In che modo? Le nuove tecnologie non sono più esclusive delle società industriali o dei centri di ricerca ma sono entrate nella vita quotidiana di tutti. I social network hanno generato un’idea di spazio che oscilla tra l’intangibilità “virtuale” di realtà parallele e, all'opposto, la circolazione di una infinità di dati, di informazioni in tempo reale che stanno producendo fenomeni sociali inediti.

Grandi fenomeni come le piattaforme politiche, ( “i grillini”, i NO TAV, le  marce per la pace ecc.) e i piccoli fenomeni come i club, gli interessi comuni, i gruppi sportivi, i viaggi culturali ecc. utilizzano la nuova tecnologia per la capacità aggregativa che essa offre.

Il concetto di luogo come fino ad oggi è stato concepito non esiste più, “la stanza rinascimentale” dalla quale studiare il mondo è finita, ora è il mondo a entrare nelle nostre case in tempo reale per cui i gruppi si formano in modo estraneo ai contesti, c’è un modo nuovo di “abitare le relazioni” e le attività, ora le tecnologie e i media si sovrappongono ai territori fisici di appartenenza, sono gli interessi che aggregano, la condivisioni di temi, le fedi.

Ciò non significa che il luogo fisico ha perso significato e capacità di unire le persone ma significa piuttosto che la piazza, la casa, il laboratorio devono essere affiancati da elementi che consentono di “abitare-costruire” nuovi luoghi. Se le nuove tecnologie ci consentono di dialogare con il resto del mondo “connesso” in tempo reale, la suggestione che ne deriva è che posso organizzare il mio posto di lavoro anche nel punto più alto della torre del Maschio del castello Caetani e quindi “produrre” a prescindere dalla mia postazione. 

Se questa capacità innovativa la si fa dialogare con le forme di casa-studio e casa-bottega che i centri storici hanno mantenuto, la relazione tra la vita e il lavoro  può essere la risposta positiva per risolvere la rivitalizzazione dei centri storici. Se posso liberarmi dalla necessità di “raggiungere i luoghi”, tutti i luoghi diventano possibili, compreso quelli che storicamente hanno sofferto della distanza dai centri di produzione e dalle vie di comunicazione subendo la condanna all'emarginazione, proprio come i piccoli centri storici collinari.

Questo vuole dire che la rivoluzione culturale è già in atto e dobbiamo lavorare per orientare la politica a creare le condizioni giuste per risolvere il problema di un ricambio generazionale e creare nuovo lavoro e incentivi per il recupero del patrimonio residenziale.

La sfida è dunque: le nuove tecnologie possono salvare i centri storici dallo spopolamento e attrarre i giovani per nuove attività e per una permanenza stabile? questa è la grande scommessa che va posta all’attenzione dei cittadini, degli amministratori e degli imprenditori ed è con questa riflessione che sono andata a chiedere sostegno per organizzare una giornata di studio sia al consigliere regionale  Enrico Forte, che al presidente della Fondazione Caetani, Pier Giacomo Sottoriva, sostegno ricevuto senza induci da entrambi e fatto proprio dalla Fondazione Caetani che ha organizzato la giornata al castello di Sermoneta. 

La Regione Lazio è oggi infatti fortemente impegnata a promuovere nuovi finanziamenti per dotare il territorio regionale della “banda larga” a servizio di tutti i cittadini e per finanziare i progetti a sostegno delle giovani start tup, la Fondazione Caetani rappresenta da sempre per Sermoneta e per il territorio Pontino una istituzione autorevole e impegnata alla promozione culturale e alla valorizzazione del patrimonio storico artistico e naturalistico e, infine, l’associazione Restituit onlus, di recente formazione e da me rappresentata in questa occasione, che si propone di contribuire a salvare i beni culturali che rischiano di andare perduti, con i contribuiti di studiosi e giovani attivi nel territorio abbiamo così lanciato un appello per riflettere sul rischio dello spopolamento dei centri storici e la conseguente perdita di un patrimonio culturale importante.

Per questo ritengo che il mio sguardo sul tema sia favorito dal fatto che essendo di Sermoneta e avendo lavorato insieme ad altri alla redazione del Piano Particolareggiato del centro storico negli anni novanta, ho assistito negli ultimi anni a un lento quanto inesorabile abbandono della città antica, e a una  trasformazione preoccupante in seconde case, hotel, ristoranti, bar con il rischio costante della perdita dei servizi minimi per i residenti come la scuola, la farmacia, l’ufficio postale. Questo accade a Sermoneta come a Bassiano a Norma a Maenza ecc.

Se la politica della Regione Lazio, in particolare dell’assessorato alla cultura, negli ultimi venti anni ha finanziato nel nostro territorio il restauro di monumenti, la creazione di musei, biblioteche, archivi e ciò ha sicuramente contribuito ad aggiungere identità e nuovi spazi alla cultura ed è una delle ragioni  del sensibile incremento di visitatori e turisti, proprio perché parallelamente non sono stati creati incentivi per la residenza, questi interventi non sono stati in grado di arrestare l’esodo degli abitanti.

Una nuova visione dei centri storici deve cogliere questo momento di cambiamento e riconsiderare il problema a partire da tre aspetti: un nuovo marketing che proponga una nuova idea dell’abitare nel contro storico;  una “operazione di agopuntura” per inserire nuove attività- energie nei centri storici e una nuova idea di cultura e di città d’arte.

Al primo punto c’è l’urgenza di arrestare il destino che sempre più riduce i centri storici a “feticcio della storia” in cui le migliori proposte si fermano al “ museo diffuso”, alla ristorazione diffusa, agli “antichi sapori”, alla clonazione dei mercatini, al turismo associato all'immagine dello svago dalla grande città. 

Credo sia arrivato il momento di abbandonare gli slogan che  propongono i centri storici per “fare un tuffo nel passato” o perchè sono “scrigni di bellezza” o “gioielli medievali”, queste proposte valgono per una visita fugace e non induce a pensare alla città storica come luogo per viverci.

Ci si tuffa nel passato per poi tornate al presente da un’altra parte, oppure è evidente che non si vuole vivere in uno “scrigno di bellezza” se poi non si ha la farmacia o l’ufficio postale. Tutto ciò sta impoverendo di significati il patrimonio culturale dei centri storici condannandoli alla banalizzazione e a una proposta culturale sempre più  modesta e replicata all'infinito come “location” per eventi in costume o per il consumo di “antichi sapori”.

Viene ignorata in questo modo tutta una nuova sensibilità, soprattutto delle giovani famiglie, che apprezzerebbero dei centri storici (se proposte adeguatamente)  le case ecologiche costruite in pietra, legno e calce, l’aria più pulita, i maggiori spazi e gli spazi inediti delle residenze storiche, mai uguali a se stesse, un rapporto con il paesaggio che qualifica anche lo spazio interno delle case,gli spazi verdi per i bambini,i rapporti sociali più facili, il poter contribuire ad una risposta etica e ecologia al consumo del suolo evitando la costruzione di nuove cubature. 

In definitiva una lunga serie di qualità su cui bisogna impostare una diversa proposta culturale e di mercato per attrarre chi cerca una soluzione permanente e più strutturata della residenza.

Al secondo punto, dopo la casa, c’è una nuova idea di lavoro a partire da ciò che abbiamo detto sulle nuove tecnologie. Anche in questo caso va superata l’idea della proposta del solo artigianato tradizionale e vanno invece incrementate le attività legate al territorio montano, al ritorno all'agricoltura, al “lavoro creativo” di attività culturali  che trovano nei centri storici un contesto fertile in grado di offrire “postazioni” originali,  abbondanza di spazi, funzionalità inedite e di qualità. 

Dobbiamo immaginare i grandi contenitori come i palazzi storici, le chiese, i conventi, i vecchi frantoi e tutti i luoghi della tecnologia industriale dismessi, (manufatti che per tutte le amministrazioni rappresentano un serio problema di riutilizzo) come luoghi da rigenerare e organizzare in co-working  da offrire alle giovani start up, per laboratori creativi della cosiddetta “social innovation”. Luoghi in cui diverse persone e figure professionali si aggregano per scambiare dati, esperienze e fungere da stimolo creativo per altre realtà e diventare occasioni vitali per trattenere e coinvolgere altri giovani. 

Al terzo punto proporrei di uscire da un altro paradigma che vede tutti i piccoli centri storici intenti a rincorrere l’accumulo di titoli per arricchire il proprio curriculum con il titolo di <città d’arte> o <borgo più bello> o <bandiera arancione> ecc… riconoscimenti che hanno sicuramente più valore per il visitatore ma molto poco per chi vi risiede e lavora ed è portatore di altre esigenze (sarebbe forse più giusto proporre per tutti i centri storici gli stessi titoli riconoscendo loro un valore di patrimonio culturale collettivo) .

C’è bisogno tuttavia di riconsiderare il significato di città d’arte. Città d’arte non vuol dire avere un patrimonio artistico tale da potersi fregiare di questo titolo, vuole dire invece che la città vive di arte , che la prevalenza delle attività e l’obiettivo primario della politica della città è la produzione d’arte, è fondare lo sviluppo della città storica sulla creazione e divulgazione dell’arte.

Bisogna abbandonare l’idea “petrolifera” per cui investire sul patrimonio culturale è una scommessa sicura, per cui bisogna semplicemente “estrarre” una rendita da un patrimonio “belle e pronto” e entrare invece in una logica dell’investimento che prevede, come per ogni attività economica, la ricerca, il rischio, la sperimentazione, che richiede competenze specifiche sapendo che la cultura può diventare anche economia solo quando è viva e capace di esplorare nuovi territori e liberare nuove energie.

Bisogna dunque creare le condizioni giuste per lo sviluppo, e l’appello è proprio alla politica attenta e lungimirante che ragiona per i prossimi cinquecento anni e non per i prossimi cinque, è una sfida rivolta a tutti quelli che “sono esigenti” e pretendono di partecipare in modo democratico alla gestione del territorio per una visione positiva del futuro e fornire una risposta ecologica alla innovazione: e tutelare il patrimonio abitativo dei piccoli centri, arrestarne l’abbandono, creare posti di lavoro per i giovani, favorire l’innovazione sociale, arrestare il depauperamento delle risorse naturali, favorire una diversa visione del consumo e del riciclo degli scarti, abitare in un ambiente sano etc. etc.. 


Note

(1) Architetto, cofondatore dell’Associazione Restituit onlus

 

Intervento Prof. Arch. Lucina Caravaggi(1)

Centri storici collinari - ritorni e nuovi punti di vista

 

Sono molti anni che nel nostro paese si assiste allo svuotamento e alla perdita di significato di vaste “aree interne”, prevalentemente collinari e montane, rese marginali dallo sviluppo insediativo delle grandi città, o meglio da quelle vaste aree pianeggianti colonizzate dalle grandi città, dove gli insediamenti contemporanei sono cresciuti senza limiti di spazio e senza ostacoli naturali (ma questa è stata una grande illusione, vera solo in apparenza!) 

I centri storici, un tempo fulcro e motore delle economie “interne”, svuotati di attività vitali e residenti, si sono trasformati, nei casi fortunati come Sermoneta, in “attrattori turistici”, luoghi da weekend e passeggiata domenicale, musealizzati con cura, conservati con dedizione (e questa è una caratteristica positiva che va sempre ricordata), ma con ridotte capacità di innovazione culturale ed economica, per effetto soprattutto dello scarso ricambio generazionale.

Nei centri meno fortunati di Sermoneta lo spopolamento ha coinciso con l’abbandono fisico, e con un riuso “marginale”, come quello indotto da affitti a basso costo che stanno incentivando la presenza precaria di lavoratori provenienti da paesi dell’est europeo o extra-comunitari. Cosi tanti centri storici minori, piccoli grandi tesori del nostro passato, sono vissuti come “soggiorno obbligato” e non come scelta, e trattati di conseguenza. 

L’avvitamento negativo causato da questo stato di cose è sotto gli occhi di tutti: allo spopolamento fa seguito la perdita di peso politico e la perdita di servizi essenziali per la popolazione, come quelli scolastici e sanitari; la perdita di servizi induce nuove ondate di abbandono. Certo non esiste solo la quantità (affermazione prevalentemente retorica diffusa ormai fino alla noia) ma è stata solo la quantità, fino ad oggi, ad essere valutata al momento delle scelte di programmazione. 

E’ vero anche che oggi sembrano aprirsi davvero nuove possibilità per i centri storici, soprattutto all’interno del quadro di programmazione europea, che spinge i paesi membri su terreni di cambiamento e innovazione, che appaiono non sempre agevoli, ma forse solo per effetto della “novità”.

Abbiamo approfondito questi temi con un vasto gruppo di ricerca universitario in una situazione estrema, che può considerarsi molto significativa rispetto agli argomenti qui dibattuti: la ricostruzione post-sismica in alcuni piccoli comuni montani dell’Abruzzo(2).

Senza affrontare differenze e specificità, che non avrebbero senso in questa sede, mi limiterò ad accennare ad alcuni temi che sembrano avere una valenza fortemente trasversale, soprattutto alla luce della recentissime disposizioni europee e all’avvio di una Strategia specifica rivolta proprio alle aree interne(3) .


1.Riallacciare i centri storici ai propri “territori agricoli”

Se la crisi dell’agricoltura tradizionale è stato uno dei grandi motori dello spopolamento dei centri storici, la crisi dell’agricoltura industrializzata per effetto dell’irruzione sul mercato internazionale di paesi come Cina, India e Brasile, può segnare un ritorno all’agricoltura collinare e montana. Questa, nel nostro paese, è sinonimo di piccole quantità ma di qualità straordinaria, di persistenti varietà locali inscindibili dalla preparazione del cibo e dalla trasformazione dei prodotti, inscindibili dal suolo e dalle stagioni, dalle capacità e dalle conoscenze acquisite e tramandate nel corso del tempo. Questo modo di intendere l’agricoltura è un modo vitale di intendere la tradizione: non solo ri-edizioni di facciata ma ritorno effettivo ai valori della produzione, che sono anche valori culturali ancora oggi radicati nelle società locali.

Ma c’è un altro punto di vista che sembra rendere quanto mai auspicabile un ritorno all’agricoltura collinare e montana, ed è quello della cosiddetta difesa del suolo, cioè della stabilizzazione idro-geologica di terreni fragili, messi a rischio dall’abbandono agricolo (per es. terrazzamenti e ciglionamenti). A coloro che ancora coltivano su versanti scoscesi, e ai ritornanti, termine che alcuni sociologi hanno coniato per indicare il fenomeno del “ritorno alla terra”, andrebbe riconosciuto anche questo “servizio” (quanto costa recuperare dopo gli “eventi calamitosi”?).

Se i centri storici sono inscindibili dal loro territorio, e dalle produzioni agricole che lo hanno caratterizzato nel corso dei secoli, questo legame potrà oggi essere rinnovato in modo creativo: attraverso nuove forme di commercializzazione e comunicazione dei prodotti, attraverso l’organizzazione effettiva di filiere corte e la valorizzazione della produzione diretta, attraverso un’accentuazione della stagionalità. 

I turisti del futuro saranno più colti e più preparati, soprattutto con una salda educazione al benessere, e questa è una delle sfide che i nostri centri storici non possono perdere.


2. Incentivare l’esperienza diretta del “vivere in un piccolo centro storico”

Favorire l’esperienza diretta di nuovi modi di abitare lo spazio storico significa diffondere l’idea, soprattutto tra i giovani, che si può vivere e lavorare bene anche non in una città.

In questa direzione, oltre alla difesa dei servizi essenziali per i residenti (tema annoso)  è molto importante creare collegamenti pubblici affidabili e sostenibili (soprattutto rendendo facilmente accessibile la rete del ferro esistente), in modo tale da facilitare le connessioni con i servizi localizzati nei centri maggiori, ma incoraggiare  anche l’avvio di nuove attività nei centri minori.

In secondo luogo è utile favorire forme innovative di residenza speciale e temporanea, legata ad attività culturali e produttive, sul modello di laboratori e atelier, in modo tale da dimostrare la convenienza, e il fascino, di locations uniche, e favorire in questo modo un possibile ritorno stabile di attività creative all’interno dei centri storici. L’esperienza diretta è un tramite indispensabile.

Infine si tratta di favorire l’innovazione di spazi e attrezzature per facilitare l’adeguamento della citta storica alle mutate esigenze di vita, senza comprometterne i caratteri costitutivi (ovviamente!) ma dimostrando la capacità di adattamento che i centri storici hanno sempre dimostrato, quando si rinunci a visioni “privatistiche” a favore di nuove forme di uso di spazi comuni e collettivi.

 

3. Favorire collaborazioni e progetti comuni, trans-settoriali e integrati.

Uno dei caratteri distintivi della nuova progettualità delineata dalla Comunità Europea è la collaborazione tra soggetti pubblici e privati, e la messa a punto di progetti capaci di tenere insieme  settori un tempo considerati “autonomi”, quali turismo, agricoltura, infrastrutture, ecc.

Ogni progetto andrebbe immaginato in modo nuovo, come un tavolo capace di tenere insieme e far dialogare soggetti diversi, eterogenei, ibridi, per favorire nuove forme di comprensione della realtà (da diversi punti di vista). Solo in questo modo interessi pubblici e privati potrebbero finalmente diventare complementari, cosi come settori e competenze diverse produrre “insieme” dispositivi di successo. 


Europa 2020 rappresenta in questa direzione uno straordinario campo di possibilità che andrebbero colte senza paura.


Note

(1)  Prof. Arch. Lucina Caravaggi, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università di Roma

(2) L. Caravaggi (a cura di), La montagna resiliente. Sicurezza, coesione e vitalità nella ricostruzione dei territori abruzzesi, Quodlibet, Macerata 2014

(3) DPS, 2013, Strategia nazionale per le Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance. Documento tecnico collegato alla bozza di Accordo di Partenariato, trasmessa alla CE il 9 dicembre 2013.

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