Brevi note su Aldo Manuzio da Bassiano/1 

di Pier Giacomo Sottoriva, Presidente Fondazione Roffredo Caetani onlus







Lo scorso mese di febbraio 2015, a Bassiano, paese natale di Aldo Manuzio il Vecchio, sono iniziate le cerimonie in ricordo del grande tipografo, che diversi paesi d’Italia rivendicano come concittadino, ad iniziare da Venezia, dove egli sviluppò il massimo del suo ingegno di umanista. Le Poste Italiane gli hanno dedicato un francobollo del valore di 0,80 centesimi di Euro, sono state organizzate manifestazioni per ricordarlo e farlo conoscere a Venezia, a Ferrara, Carpi, Mirandola. Uomo tipico dei "luoghi dei Caetani" (Bassiano possiede un bel palazzo che fu della Famiglia e che oggi è sede del Municipio), ricevette probabilmente la prima educazione scolastica a Sermoneta, sotto la protezione degli stessi Caetani, prima di andare a Roma a formarsi agli studi superiori.

Sarebbe difficile, come pure accade, continuare a nutrire dubbi sulla patria di origine di Aldo Manuzio, che è Bassiano, nella odierna provincia di Latina: chi oppone ad una nascita “provinciale” quella che gli deriverebbe dall’appellativo di Romanus con il quale il grande tipografo-umanista è più generalmente, noto tralascia alcuni fatti, e tra essi una certezza che viene dallo stesso Manuzio. Questo libro, che viene ristampato in anastatica per lasciare una testimonianza colta su uno dei maggiori figli della Provincia di Latina e dei Lepini, ne parla esplicitamente. Scrive, difatti, Domenico Maria Manni, che la “patria sua naturale da i più creduta fu l’alma Roma” (da cui il Romanus). Ma “la vera patria, che è quella, ov’egli respirò il primo aere” fu “una Terra posta nel Lazio, oggi Campagna di Roma, in non grande distanza da Velletri (“duodecim milliarium” si precisa), e dalla Palude Pontina”, e da “quel Luogo, sul quale la Prosapia dei Gaetani tenea giurisdizione, e comando”, ossia Sermoneta (1), “oppidum amplum, & munium Italiae in ditizione Pontificia, & in Campania Romana”. 

Questo lo attestava persona al di sopra di qualsiasi sospetto di campanilismo, quell’Aldo Manuzio figlio di Paolo Manuzio, figlio del primo Aldo che, per distinguersi dal grande nonno (“il Vecchio”) si chiamò “il Giovane”. Essendo Aldo il Giovane veneziano di nascita e di formazione, avrebbe, magari, potuto far apparire il suo avo maggiormente nobilitato da una nascita romana che da una “di Campagna”. 

A togliere ogni residuo dubbio, poi, sta il fatto che Aldo si firmò nelle prime sue edizioni col nome greco di Aldou Manoukiou Basianeos, o con quello latino di Aldus Manutius (2) Bassianas. Poi Aldo abbandonò quell’attributo toponomastico preferendo il più identificabile Romanus, anche perché Bassiano “è nel distretto di Roma”, come diligentemente recita la fonte citata. 

Risolto questo dubbio anagrafico, quasi tutto il resto è certezza, perché, essendo Aldo Manuzio divenuto uno dei più grandi costruttori di quell’“umanesimo” che contrassegna il periodo in cui egli visse, la sua vita è nota proprio come quella di un uomo pubblico dell’epoca, in quanto seguita e annotata. Le eccezioni riguardano l’anno della sua nascita, che qualcuno pone nel 1447, qualche altro nel 1449; e la formazione dei suoi primi anni. 

La sua morte, invece, ha una data esatta: cadde il 6 febbraio 1515, in quella che era divenuta la sua Venezia, anche se volle essere sepolto a Carpi, e diremo perché. 


Tra le due date le informazioni sono le seguenti: ricevette la prima istruzione, ancora bambino, a Roma, pur non avendo avuto, secondo il Manni, grandi maestri, e per di più fu costretto a studiare su una grammatica latina “intralciatissima in versi barbari, e rozzi”, che testimoniano “la deplorabil barbarie de’ tempi d’’allora, Grammatica adoprata per lungo tempo nelle infelici Scuole, e questa obbligavalo il Maestro ad impararla lunghissima, com’ell’è, a mente con sommo dispendio di fatica, di tempo, e con quel profitto, che ognuno può immaginare” (3).

A Ferrara, dove successivamente si trasferì, iniziò uno studio serio delle lingue classiche, giovandosi della grande temperie culturale locale e della possibilità di leggere gli autori classici nei rari volumi in folio che circolavano. Fu un incontro che avrebbe segnato le sorti sue personali e quelle della cultura mondiale, contemporanea e successiva. 

Nel 1482 si trova a Mirandola, dove stringe amicizia con Giovanni Pico, più giovane di lui di 13 anni, che lo apprezzava al punto da affidargli il compito di tutore-maestro di due suoi nipoti, i nobili Alberto e Lionello Pio, dei principi di Carpi. 

L’impegno con cui Aldo assolse il suo incarico fu così serio ed efficace che il principe Alberto Pio gli attribuì il diritto di fregiare il suo nome del nome della sua famiglia, Pio, per cui il Bassianese è conosciuto col nome di Aldo e con i due cognomi di Pio (attribuito) e di Manuzio (originale). Lo stesso Alberto Pio divenne, in seguito, finanziatore delle prime edizioni aldine, e rimase tanto affezionato al suo maestro da donargli alcune terre presso Carpi, e quel legame di stima e di affetto spiega perché Aldo volle essere sepolto nella città emiliana.

In questo ambiente Aldo ebbe modo di conoscere anche le nuove edizioni provenienti dalla stamperia di Gutenberg, e a tal punto se ne innamorò da cambiare lo scopo della propria vita. 

Nel 1490 Manuzio completa il ciclo dei suoi trasferimenti (Bassiano, Roma, Ferrara, forse Ravenna, Carpi) trasferendosi a Venezia, dove esplose il suo genio. Ma l’idea che si era ormai insediata stabilmente nella mente e nel cuore di Aldo dovette attendere cinque anni per essere concretizzata. 


Venezia era, all’epoca, una culla della cultura, italiana, balcanica e del vicino Oriente, ma soprattutto era la culla della stampa: due dei suoi quartieri, San Zulian e San Paternian, erano quartieri di stampatori, e i tipografi di Venezia produssero, dalla seconda metà del ‘400 al ‘500, larga parte della intera produzione libraria europea, sfornando migliaia di edizioni.

A questo proposito, un brevissimo cenno di storia della stampa consente di comprendere anche l’importanza della “conversione” di Manuzio. 


La prima stampa a caratteri mobili, ossia con caratteri scomponibili assemblati su una linea e riutilizzabili, fu usata dal germanico Giovanni Gensfleisch, molto più noto col nome di Gutenberg, che a Magonza, nel 1448, stampò, in società con un altro stampatore, il Fust, la celebre Bibbia latina a 42 righe. I caratteri mobili, rendendo obsoleto il procedimento xilografico (stampa da una lastra incisa su legno), aprirono la prima strada ad una rivoluzione nella editoria, in quanto consentivano di tirare più copie, a prezzi, quindi, progressivamente ridotti. I prezzi, tuttavia, restavano elevati sia per il numero molto basso di esemplari da tirare, sia per il grande formato in cui essi venivano impressi. L’edizione che si usava abitualmente, infatti, era l’in folio, nella quale il foglio di carta era piegato una sola volta e consentiva, perciò, la stampa di quattro facciate o pagine. Ne veniva fuori un libro ingombrante, che aveva solitamente una grandezza di cm. 30,49 x 38,1, ed era, dunque, anche pesante, non maneggevole e tale da obbligare il lettore ad avvalersi di appositi sostegni o leggìi. 

Per ovviare a questo primo ostacolo, si ricorse a formati più piccoli: l’in quarto, a due piegature per otto facciate; in ottavo, a tre piegature per complessive 16 facciate. Sarebbero, poi, venuti formati ancora più ridotti (in sedicesimo, quattro piegature per 32 facciate, in 32°, in 64° ecc.).

Aldo comprese che se voleva ottenere il risultato di far crescere la diffusione del libro, e con esso la cultura, senza trascurare l’aspetto commerciale dell’operazione, occorreva sfruttare la mobilità del carattere e sviluppare l’idea di Gutenberg attraverso l’introduzione di alcune geniali novità. 

Le principali furono, sostanzialmente, due: l’aver puntato alla diffusione privilegiando il formato in ottavo (il libro misurava press’a poco cm. 20 x 28, ed era, perciò, molto maneggevole, e leggibile senza servitù di leggìo, e oltretutto costava di meno); e innovando la scrittura.

Questa è una parte di straordinario interesse, perché ad Aldo si deve la creazione e l’utilizzo di caratteri del tutto nuovi, capaci di riprodurre da vicino la scrittura di un amanuense. Su sue direttive, glieli incise splendidamente Francesco Griffi da Bologna: sono i famosissimi caratteri chiamati via via “minuto italico”, “italico”, “cancelleresco”, poi corsivo. Insomma, sono quei caratteri che ancora oggi si chiamano “aldini”. Altri caratteri, come il maiuscolo per il corsivo, Aldo raccomandò al suocero che fossero incisi da Giulio Campagnoli.

Manuzio usò per la prima volta quei nuovi caratteri nel 1502, quando stampò una splendida  edizione della Commedia di Dante, e il Senato veneziano decise di accordargli il privilegio del “diritto d’autore”, ossia del diritto ad usare in esclusiva quei caratteri, per un decennio. Il privilegio fu poi iterato anche da alcuni pontefici (4).  


Riprendiamo il percorso biografico: nel 1494 Aldo aprì la prima tipografia in contrada Sant’Agostin, e alla fine dello stesso anno pubblicò la sua prima opera, il Museo, cui fece seguire subito la Galeomyomachia. Nei quattro anni che precedettero la stampa del primo volume dopo il suo arrivo a Venezia, studiò il mestiere in tutti i sensi ed intessé una serie di importanti relazioni che avrebbero “costruito” il Manuzio degli anni successivi: collazionò e corresse i codici dei maggiori autori antichi, attivò ed intrattenne rapporti con dotti in e fuori Venezia, e questa grande tessitura confluì, poi, nella Academia Aldina, o com’egli la chiamava, Neacademia, che volle istituire per istituzionalizzare, in qualche modo, quelle relazioni. All’Academia, difatti, aderirono i maggiori nomi della cultura dell’epoca (un nome per tutti, è quello di Erasmo da Rotterdam). Le regole accademiche furono dettate in greco da Scipione Forteguerri da Pistoia, alias Nicolò Carteromaco. Primi presidenti furono lo stesso Manuzio e un greco, Giovanni Gregoropulos.

Nel 1498 Aldo era un editore affermato, e, soprattutto, era un uomo che impegnava tutte le sue energie in quel che faceva, tanto che il Doni scrisse che “soleva Messer Aldo non perdonare né a spesa, né a fatica d’aver buonissimi testi antichi… ed appresso ragunando uomini rudi (5).

(1/continua)



NOTE

1) Il paese viene chiamato anche Sermineto, e se ne dà questa: tale compariva in un sigillo vecchio (nel XVI secolo) di 400 anni, che un amico dell’Autore possedeva: v. su questa Vita di Aldo Pio Manuzio, pag. 5.

2) Il nome ha diverse lezioni: Manucius, Manutius, Manuzio.

3) V. pag. 7 di questa Vita

4) La novità fece gola ad altri stampatori e, in mancanza di una legge sui brevetti, editori francesi copiarono quei caratteri, senza alcun imbarazzo.

5) V. pag. 57 di questa Vita.


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Commenti: 1
  • #1

    maria gioia tavoni (sabato, 26 dicembre 2015 13:53)

    vorrei conoscere da dove è stata tolta la notizia che a indicarsi bassianese fu lo stesso aldo.
    grazie mgt