Bonifacio VIII e gli Spirituali francescani

di Felice Accrocca, esperto in Francescanesimo


Disegno di Gelasio Caetani.
Disegno di Gelasio Caetani.

 

Usciti vittoriosi dalla lunga polemica con il clero secolare, all’indomani del II concilio di Lione (1274) gli Ordini mendicanti avevano ormai assunto una funzione-guida nella cristianità occidentale. Eppure, proprio in quegli anni, l’Ordine francescano visse momenti di tale tensione che portarono alle estreme conseguenze i contrasti tra le diverse anime presenti all’interno della famiglia religiosa, le quali già da tempo si fronteggiavano sulla rispettiva fedeltà alla volontà del fondatore (l’intentio Francisci, come si disse allora con una formula usata da entrambe le parti). Il grosso dibattito, in sostanza, verteva sulla Regola e sulla sua osservanza. Ora, se per i rappresentanti dei frati «della Comunità» l’interpretazione autentica della Regola risiedeva nelle dichiarazioni papali, per gli Spirituali solo le parole e gli atti del fondatore potevano garantire un’interpretazione sicura di quelle che furono le intenzioni e le volontà supreme dell’Assisiate. Sbaglieremmo di grosso, però, qualora pensassimo che la corrente spirituale sia stata una realtà monolitica, perfettamente sintonizzata nel teorizzare una comune vocazione e un’identica interpretazione della Regola, perché vari furono – fra XIII e XIV secolo – i loro modi di essere e di sentire, uniti però da una concezione rigoristica della vita francescana e dall’esaltazione di un ideale di povertà fondato sull’uso limitato delle cose (l’uso povero). 

Nonostante le specificità, alcune tra le loro personalità più rappresentative (Iacopone da Todi, Ubertino Casale, Angelo Clareno, ai quali potremmo avvicinare il sommo Dante) condivisero l’anelito per una «Chiesa spirituale», libera dalle pastoie temporali, veramente povera e fedele allo stile di servizio scelto e fatto suo da Cristo. E tutti manifestarono la convinzione che il francescanesimo fosse decaduto dallo slancio e rigore iniziale, finendo poco alla volta per riappropriarsi di quegli strumenti di potere e di ricchezza che Francesco aveva consapevolmente escluso. Allo stesso modo, tutti ebbero un rapporto difficile con Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani: Angelo Clareno optò per l’esilio dopo lo scioglimento, decretato da parte di papa Caetani, dei «Poveri eremiti», l’Ordine che era stato fondato da Celestino V e che faceva capo allo stesso Clareno e a fra Liberato; Iacopone, senza mezzi termini, giudicò Bonifacio VIII un «Lucifero novello a ssedere en papato» (Lauda 83); Dante lo disse «principe de’ novi farisei» (Inferno XIX, 56-57) e Ubertino lo identificò con l’Anticristo mistico (cf. Arbor V, 8). In realtà, Bonifacio VIII fu una figura complessa e – per alcuni aspetti – un grande pontefice: ma troppo diversa era la coscienza che egli aveva del proprio ruolo, della pienezza del suo potere e della missione della Chiesa, e troppo collerico e autoritario il suo carattere, perché la sua visione potesse coincidere con l’anelito di queste anime ardenti e radicali: anime che avevano anch’esse durezze e spigolosità e, in qualche caso, gli stessi difetti rimproverati a papa Caetani. Quest’ultimo, peraltro, sapeva sin dall’inizio che il suo era un percorso in salita: alle resistenze che avrebbe incontrato nella lotta agli abusi veniva ad aggiungersi anche l’inevitabile confronto con un predecessore che a deboli capacità di governo univa, però, una personalità carismatica, capace di mandare in delirio le folle. È sotto questa luce che si può allora comprenderne meglio la volontà di riaffermare, attraverso la stessa scelta del nome, la necessità della linea di governo da lui seguita. Lui sì, poteva davvero operare il bene – e da qui Bonifacio, cioè bonum facio – a vantaggio della comunità dei fedeli! D’altro canto anche il cardinale Jacopo Stefaneschi non disse forse nel suo Opus metricum che si fece chiamare Bonifacio non solo per quel che diceva, ma anche per quel che faceva? I nemici certo non gli mancarono e la sua personalità era tale da accrescerli, tanto che dopo la sua morte non esitarono ad attribuirgli anche colpe di cui non si era macchiato. In realtà, per quanto mi riguarda, il limite più vistoso di Bonifacio VIII fu un altro. Nella lettera Super Petri solio, elaborata in contemporanea ai tragici eventi anagnini, aveva riaffermato davanti al mondo di essere lui – chiamato a sedere sul trono di Pietro – il vicario di Cristo cui spettava giudicare piccoli e grandi. Secondo Arsenio Frugoni, in quell’occasione egli aveva ritrovato «gli accenti solenni della tradizione della Chiesa»; a ben vedere, in una così severa riaffermazione della plenitudo potestatis papale, Bonifacio mostrava di essere ormai al di fuori del proprio tempo e invano si ostinava a ribadire un ordine delle cose superato dalla storia.

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