Brevi note su Aldo Manuzio da Bassiano

di Pier Giacomo Sottoriva, Presidente Fondazione Roffredo Caetani onlus


Bassiano e Venezia hanno iniziato le celebrazioni in onore di Aldo Manuzio il Vecchio, nel 500° anniversario della morte. Manuzio nacque a Bassiano e morì a Venezia. Le Poste Italiane gli hanno dedicato un francobollo del valore di € 0,80, ma hanno omesso - incomprensibilmente - di inserire nella vignetta quei due dati, sulla nascita e sulla morte: si è detto, allo scopo di evitare di "localizzare" un francobollo che deve avere valenza nazionale. Come se una valenza nazionale possa prescindere dai dati anagrafici (vedere la Vinci dio Leonardo o la Urbino di Raffaello). In questo sito non vogliamo andare avanti su una polemica che sarebbe facile e preferiamo ricordare alcuni sintetici dati sulla sua vita.


Non si possono più nutrire dubbi sulla patria di origine di Aldo Manuzio, che è il comune lepino di Bassiano, nella odierna provincia di Latina, non lontano da quel “luogo, sul quale la Prosapia dei Gaetani tenea giurisdizione, e comando”, ossia Sermoneta, "oppidum amplum, & munium Italiae in ditizione Pontificia, & in Campania Romana”. Scriveva nel Settecento Domenico Maria Manni, che a togliere ogni residuo dubbio sta il fatto che Aldo si firmò nelle prime sue edizioni col nome greco di Aldou Manoukiou Basianeos, o con quello latino di Aldus Manutius Bassianas. Restano dubbi sull’anno di nascita, che qualcuno pone nel 1447, qualche altro nel 1449. La sua morte, invece, ha una data indubbia: il 6 febbraio 1515. 

Ricevette la prima istruzione, ancora bambino, forse proprio alla corte dei Caetani a Sermoneta, e poi a Roma. Successivamente si trasferì a Ferrara, nel 1482 si trova a Mirandola, dove stringe amicizia con Giovanni Pico (della Mirandola), che gli affidò il compito di tutore-maestro di due suoi nipoti, i nobili Alberto e Lionello Pio, dei principi di Carpi. In questo ambiente Aldo ebbe modo di conoscere anche le nuove edizioni provenienti dalla stamperia di Johannes Gutenberg da Magonza (Mainz), e a tal punto se ne innamorò da cambiare lo scopo della propria vita. Nel 1490 Manuzio si trasferisce a Venezia, dove esplose il suo genio. Venezia era, all’epoca, una culla della cultura, italiana, balcanica e del vicino Oriente, ma soprattutto era la culla della stampa: due dei suoi quartieri, San Zulian e San Paternian, erano quartieri di stampatori, e i tipografi di Venezia produssero, dalla seconda metà del ‘400 al ‘500, larga parte della intera produzione libraria europea. 


Una breve premessa sull’arte della stampa. La prima stampa a caratteri mobili (scomponibili, assemblati su una linea e riutilizzabili), fu usata dal tedesco Johannes Gensfleisch, molto più noto col nome di Gutenberg, che a Magonza, nel 1448, stampò, in società con un altro stampatore, il Fust, la celebre Bibbia latina a 42 righe. I caratteri mobili, rendendo obsoleto il procedimento xilografico (stampa da una lastra incisa su legno), aprirono la prima strada ad una rivoluzione nella editoria, in quanto consentivano di tirare più copie, a prezzi, quindi, più accessibili. I prezzi, tuttavia, restavano elevati sia per il numero basso di esemplari da tirare, sia per il grande formato in cui essi venivano impressi. L’edizione che si usava abitualmente, infatti, era l’in folio, nella quale il foglio di carta era piegato una sola volta e consentiva, perciò, la stampa di quattro facciate o pagine. Ne veniva fuori un libro ingombrante, pesante, tale da obbligare il lettore ad avvalersi di appositi leggìi e a leggere in piedi.  Manuzio comprese che se voleva far crescere la diffusione del libro, occorreva innovare. E le sue innovazioni furono soprattutto due: la diffusione del libro, privilegiando il formato in ottavo (il libro misurava press’a poco cm. 20 x 28, ed era, perciò, maneggevole, portatilis, e leggibile senza servitù di leggìo, e oltretutto costava di meno); e innovando la scrittura. Ad Aldo si deve la creazione e l’utilizzo di caratteri del tutto nuovi, capaci di riprodurre da vicino la scrittura di un amanuense: sono i famosissimi caratteri chiamati “minuto italico”, “italico”, “cancelleresco”, poi corsivo. Essi ancora oggi si chiamano “aldini”. Manuzio usò per la prima volta quei caratteri nel 1502, quando stampò una splendida edizione della Commedia di Dante. Nel 1494 Aldo aveva aperto la prima tipografia in contrada Sant’Agostin, e alla fine dello stesso anno pubblicò la sua prima opera, il Museo, cui fece seguire subito la Galeomyomachia. Nei quattro anni che precedettero la stampa del primo volume, intessé una serie di relazioni che avrebbero “costruito” il Manuzio degli anni successivi: collazionò e corresse i codici dei maggiori autori antichi, attivò rapporti con dotti in e fuori Venezia, e questa grande tessitura confluì, poi, nella Academia Aldina, o Neacademia. Nel 1498 Aldo era già un editore affermato. Nel 1501 iniziò a stampare splendide edizioni in latino, opere di Virgilio e Dante, garantendo filologicamente i testi grazie alla collaborazione di dotti come Pietro Bembo, Angelo Poliziano, Barbaro, Valla, Musuro, Gert Geerstsz. Le sue opere, in effetti, segnarono il recupero definitivo di autori come Aristotele, Aristofane, Euclide, Archimede, Tolomeo, Petrarca. Particolare importanza ha l’Hypnerotomachia Poliphili. Scrisse anche due grammatiche, latina (Rudimenta gramaticae latinae linguae) e greca. Nella sua professione, egli tenne costantemente presenti tre aspetti: la bellezza della composizione, il rigore filologico dei testi, la capacità di diffusione dei libri. Ma definì anche nuovi canoni di uso della punteggiatura (il punto, la virgola, il punto e virgola, apostrofo e accento); e curò la spaziatura e l’allineamento dei caratteri. Geniale fu anche la sua decisione di stampare in italiano, in latino ed anche in greco, lingua che imparò così bene da poterla parlare e scrivere correntemente. Venezia, del resto, era piena di greci fuggiti alla presenza turca in patria, ed era ricca di opere preziose in lingua greca: Aldo amò quella lingua al punto che nell’Academia Aldina si doveva parlare in greco, pena il pagamento di una multa da devolvere a banchetti sodali. Manuzio provò anche a stampare in ebraico, associandosi a Gershom Soncino, ebreo, che gli risolveva il problema di scrivere e correggere in ebraico. Il sodalizio, però, non durò a lungo. Il segno distintivo delle sue opere, la marca tipografica, o impresa, raffigurava un’ancora (ossia la forza, la stabilità, la fermezza) attorno alla quale si avvolge un delfino (simbolo di eleganza, di rapidità e di intelligenza), con una scritta che riassumeva i diversi simboli: Fèstina lente, ossia, affrettati con calma. La famiglia dei Pio di Carpi gli dette, poi, anche il diritto di fregiare l’àncora aldina con un’aquila rossa in campo d’argento col nome Pio (forse nel 1504).


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