Statuta civitatis Corae (Romae 1732)

 a cura di P.L. De Rossi e G. Pesiri, Istituto di Storia e di arte del Lazio meridionale, 2014


Il giorno 11 ottobre 2014 a Cori, nella chiesa di S. Maria della Pietà, l’Istituto di storia e di arte del Lazio meridionale (ISALM) ha presentato l’opera Statuta civitatis Corae (Romae 1732), a cura di P.L. De Rossi e G. Pesiri, Anagni 2014. Si tratta di una nuova edizione, che ripropone alla comunità locale e agli studiosi di storia medievale e moderna la ristampa anastatica dello Statuto della città di Cori edito a Roma nel 1732. Il testo statutario è corredato della traduzione italiana curata da Giovanni Pesiri. Come la precedente edizione, finanziata con i fondi regionali (L.R. 42/97, piano 2010) e pubblicata nel 2011, questo volume comprende un saggio di P.L. De Rossi relativo a Istituzioni e vicende statutarie di Cori (secoli XIII-XVIII), ma a esso si aggiungono ora una presentazione di Victor Crescenzi, docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, dal titolo Cori e il suo ordinamento tra XIV e XVI secolo; e un saggio di Giovanni Pesiri sul tema La giustizia a Cori dal XVI al XIX secolo, tra equilibri consolidati e innovazioni. Il volume costituisce un interessante spunto per riflettere su cinque secoli di storia medievale e moderna della città di Cori. Lo Statuto del 1732 è infatti il punto di arrivo di un lungo processo, iniziato probabilmente nella seconda metà del XIII secolo, quando la comunità codificò gli usi e le consuetudini locali in una raccolta di norme di cui abbiamo qualche notizia dal 1327. Allo stesso modo non sono sopravvissute le successive redazioni statutarie di cui troviamo cenno nei brevi di approvazione e di conferma dei papi Innocenzo VII (1406) e Pio II (1458) e del cardinale Raffaele Riario (1514) vescovo di Velletri. Sono invece pervenute le due edizioni a stampa: la prima apparsa in Roma nel 1549, per i tipi dei fratelli Valerio e Ludovico Dorico, dopo le approvazioni rilasciate dai Conservatori del comune di Roma, a cui Cori era soggetta dagli inizi del Trecento.

La seconda edizione fu stampata nel 1732 dal tipografo romano Giovanni Maria Salvioni dopo un’attenta correzione degli errori – di cui erano pieni gli antichi esemplari – e la divisione dei capitoli in singoli articoli, operate dai revisori corani per semplificare la consultazione. Il consiglio del Comune aveva deliberato di stampare l’originario testo latino insieme alla sua traduzione in volgare per facilitarne la comprensione, ma l’idea dell’edizione bilingue non incontrò il favore delle autorità superiori. Come quello del 1549, anche lo Statuto del 1732 presenta l’articolazione in cinque libri (diritto pubblico; cause civili; cause penali; danni dati; affari straordinari), ma ‒ a differenza del primo ‒ comprende anche un’appendice che raccoglie una serie di importanti brevi pontifici e di patti; inoltre vi sono riportati in volgare i capitoli, le tabelle, varie disposizioni e decreti emanati dagli organismi superiori. Per rendere comprensibili a tutti alcune parole in volgare contenute nei vari capitoli, alla fine del volume fu inserito anche un glossario. Ma la novità più eclatante, che distingue la redazione statutaria del 1732 dalle precedenti, è l’abolizione dell’antico “parlamento”, o consiglio generale, formato dai capifamiglia di Cori.


Questo organismo nel 1668 fu sostituito, per disposizione del Governo pontificio, da un consiglio ristretto in cui furono ammessi solo gli esponenti delle 60 famiglie più in vista di Cori, ponendo fine all’antica consuetudine medievale di lasciare a tutto il “popolo” il potere di decidere almeno su alcuni temi che coinvolgevano gli interessi vitali della comunità. L’edizione settecentesca ebbe una tiratura di 150 copie che furono distribuite per disposizione consiliare ai magistrati, ai sessanta consiglieri, al clero e ai notai corani; in Roma i volumi vennero recapitati alle Congregazioni ecclesiastiche, ai Conservatori di Roma, al cardinale Corradini e ai procuratori e protettori del Comune di Cori nell’Urbe. Oggi tale normativa è finalmente a disposizione di un pubblico più vasto, e al testo latino dei capitoli statutari si affianca una traduzione italiana che ‒ a distanza di quasi tre secoli ‒ corona il desiderio, espresso dagli amministratori comunali agli inizi del Settecento, di rendere più comprensibile almeno la legislazione locale. (G. Pes.)

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