Ninfa, per una "Pompei del medioevo" degna del ricordo di Gregorovius

 di Alessandro Viscogliosi, Ordinario alla Facoltà di Architettura, “Sapienza” Università Roma


Ninfa, rovine medievali lungo il fiume (Foto di Stefano Manfredini)
Ninfa, rovine medievali lungo il fiume (Foto di Stefano Manfredini)



La sventurata città vesuviana, la cui distruzione ha provocato enorme godimento alle generazioni successive (come cinicamente ha sostenuto Goethe), ha avuto in sorte anche lo strano destino di designare per antonomasia ogni situazione che costituisca uno scrigno di informazioni che diversamente non sarebbero disponibili: pertanto Santorini è la Pompei del periodo Minoico, Mistrà la Pompei del tardo periodo Bizantino e così via, secondo l’estro più o meno felice di chi conia queste definizioni. Cosa manca allora a Ninfa per essere realmente la "Pompei del Medioevo", come volle definirla Ferdinand Gregorovius? La risposta è immediata e, al tempo stesso, sconsolante: Ninfa non è, e non può essere, scavata (almeno in maniera tradizionale) e pertanto non può restituire la massa di informazioni che cela nel suo sottosuolo. Ninfa è eccezionale per il suo essere contemporaneamente rovina e giardino, e l’una non può esistere senza l’altro e viceversa. Esiste però una tecnica per far parlare i muri, ed è quella della ricognizione architettonica che vari professori del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura di “Sapienza” Università di Roma hanno iniziato a mettere in atto, nel molteplice intento di conoscere meglio l’abitato di Ninfa, le sue fasi storiche, le sue emergenze architettoniche, il suo tessuto urbanistico, la realtà abitativa delle sue case e, buon ultimo, lo stato di conservazione o di degrado di tutte le strutture murarie. Con l’aiuto degli studenti di Rilievo, Restauro e Strumenti e metodi per lo studio della Storia dell’Architettura, nel giro di due anni contiamo di rilevare a scala di dettaglio tutti i muri di Ninfa. Solo alcune delle chiese sono state già oggetto di pregevoli studi (purtroppo in gran parte inediti) mentre fino ad oggi l’edilizia non monumentale è stata rilevata solo in pianta e perdipiù a scala territoriale: ciò significa che l’immagine urbana che se ne ricava risulta cristallizzata solo nelle sue grandi linee e nel momento estremo dell’abbandono. Un rilievo puntuale e caratterizzato delle strutture, costituito da piante, prospetti, volumetrie e indicazioni delle qualità materiche, permetterà non solo di ricostruire un’immagine più precisa del tessuto abitativo, ma di comprenderne meglio i nessi urbanistici, di restituirne le volumetrie, arrivando ove possibile fino ad identificare la funzionalità degli ambienti sulla base degli indizi rimasti.

La scarsità di suppellettile delle case medievali era parzialmente ovviata attribuendo alle murature compiti polivalenti: non soltanto esse costituivano i muri d’ambito della casa, che delimitavano gli ambienti e sorreggevano i solai ed il tetto, ma erano anche scavate in mille fogge diverse per ricavarne nicchie che servivano da armadi, nicchie più grandi dotate di sedile e fori (sempre al piano superiore, fungevano da wc, che spesso scaricavano nella pubblica via), e ovviamente scassi per camini e canne fumarie, fori per sorreggere i gradini delle scale (quasi sempre lignee), incassi per infissi spesso ancora riconoscibili nel loro funzionamento, e così via. La caduta degli intonaci rivela la maestria dell’operaio medioevale ed il livello di finitura che il committente pretendeva di constatare prima di pagare il pattuito, ma svela anche il tormento di infiniti rifacimenti, perché la muratura è come il maiale, di cui non si butta nulla: si aprono e chiudono porte e finestre, si irrobustiscono o puntellano muri periclitanti, si tessono solai tra muri perimetrali di case contigue, si sopraelevano al limite della portanza statica muri già vecchi di secoli, si saturano vuoti urbani ed orti, e tutto questo è la città che vive. La terra che si è accumulata nei secoli dell’abbandono, e il sudario verde o sontuosamente fiorito del giardino non bastano a celare tutte queste informazioni all’occhio interdisciplinare degli studiosi, potenziato dal georadar che fruga indiscretamente nel sottosuolo e dai droni che spiano dall’alto del cielo.

 

Il laserscanner velocizza la resa di volumetrie complesse, ma resta fondamentale il rapporto fisico che si stabilisce tra il monumento e chi lo rileva, che auspicabilmente è anche chi lo studierà. E quand’anche i risultati scientifici fossero deludenti rispetto alle aspettative (per obiettive difficoltà interpretative, stato di conservazione eccessivamente lacunoso, impossibilità di effettuare un rilievo soddisfacente per la presenza dei corsi d’acqua) alla Fondazione verrà consegnata la carta del rischio, ovvero il “libretto di fabbricato” di ogni edificio di Ninfa, che ne registra lo stato di salute ed è lo strumento indispensabile per pianificare una manutenzione ordinaria costante, unico mezzo per evitare i restauri in extremis o, peggio ancora, i crolli.

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